Clienti dall'Agenzia d'affari, avvocato sanzionato per "accaparramento della clientela"
La Corte di cassazione, sentenza 6 settembre n. 25940, ha respinto il ricorso di un avvocato sanzionato con la censura
Sanzione disciplinare per "accaparramento della clientela" per l'avvocato che acquisisce clienti tramite una agenzia d'affari. Le S.U. della Cassazione, sentenza n. 25940 depositata oggi, hanno così respinto il ricorso di un legale contro la sentenza del Consiglio nazionale forense confermativa del provvedimento emesso, nel gennaio 2018, dal Consiglio Distrettuale di Disciplina del Veneto che aveva irrogato al professionista la sanzione disciplinare della censura, per aver violato l'art. 37 del Codice Deontologico Forense, essendosi avvalso di un'organizzazione stabile per il procacciamento della clientela.
Il procedimento traeva origine da una pluralità di esposti, dai quali emergeva un'organica collaborazione tra il legale e l'Agenzia, nei cui locali il professionista sottoscriveva le procure defensionali ed incontrava, sovente quell'unica volta, i clienti. Il Cdd accertato "un rapporto strutturato e duraturo" che prevedeva il rimborso da parte dell'Agenzia delle spese anticipate dall'Avvocato per conto degli assistiti e la pattuizione di un compenso pari ad una quota dei risarcimenti percepiti, ha ritenuto che ciò creasse una "piena interessenza tra di essi".
Il legale si era difeso sostenendo che l'Agenzia prestava assistenza ai clienti nella fase stragiudiziale, mentre il rilascio delle procure, in un luogo diverso da quello destinato all'esercizio della professione, non poteva essere ritenuto contrario alla correttezza ed al decoro, anche considerata la "crescente dematerializzazione della professione di avvocato". Ribadendo poi di non aver tenuto alcuna condotta volta all'accaparramento di clientela, ma di essersi limitato a subentrare nella gestione delle pratiche precedentemente trattate in via stragiudiziale dall'Agenzia, sulla base d'incarichi conferitigli liberamente, e senza alcuna pattuizione con l'Agenzia.
Una doglianza non accolta dalle Sezioni unite che ricordano come siani demandati in via esclusiva al CNF "l'accertamento del fatto, l'apprezzamento della sua rilevanza rispetto alle imputazioni, la scelta della sanzione opportuna e, più in generale, la valutazione delle risultanze processuali, i quali restano sottratti al controllo di legittimità, a meno che non si traducano in un palese sviamento di potere, ovverosia nell'uso del potere disciplinare per un fine diverso da quello per il quale è stato conferito". Non è, quindi, consentito alle Sezioni Unite sindacare, sul piano del merito, le valutazioni del giudice disciplinare, dovendo la Corte limitarsi ad esprimere un giudizio sulla congruità, sulla adeguatezza e sull'assenza di vizi logici della motivazione che sorregge la decisione finale (nel caso neppure dedotti).
È infondato poi anche il motivo per cui si sarebbe dovuto tenere conto del regime sanzionatorio più favorevole previsto dall'art. 40 del r.d. n. 1578 del 1933, il quale consentiva di scegliere tra una pluralità di sanzioni, anche meno gravose della censura, la quale invece, ai sensi dell'art. 37, comma sesto, del CDF, costituisce l'unica sanzione prevista dalla disciplina vigente per la violazione del divieto di accaparramento della clientela.
Ai sensi dell'art. 65, comma quinto, della legge n. 247 del 2012, che ha recepito il criterio del favor rei in luogo del principio tempus regit actum, ricorda la Cassazione, le norme del CDF si applicano ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevoli per l'incolpato: "ne consegue che l'individuazione del regime giuridico più favorevole deve essere effettuata non già in astratto, ma con riguardo alla concreta vicenda disciplinare, tenendo conto di tutte le conseguenze che potrebbero derivare dall'integrale applicazione di ciascuna delle due normative nella specifica fattispecie". E così ha fatto la sentenza impugnata laddove ha posto a confronto i regimi sanzionatori, individuando la sanzione prevista dal CDF nella censura ed evidenziando l'astratta possibilità di attenuarla nell'avvertimento, ai sensi dell'art. 22, comma terzo, lett. a), del CDF, o di aggravarla fino alla sospensione non superiore ad un anno, ai sensi del comma secondo, lett. b), della medesima disposizione, ma ritenendo adeguata la sanzione edittale, applicata dal CDD, "in considerazione per un verso della modesta gravosità della sanzione edittale e per altro verso della gravità dei fatti e della loro protrazione nel tempo, e concludendo pertanto per la portata più favorevole di tale trattamento, rispetto a quello previsto dalla disciplina previgente".