L'equo indennizzo ha la finalità di essere un ristoro per gli anni (di troppo) che il cittadino ha dovuto aspettare per ottenere una sentenza. La Cassazione (sentenza n. 28172/22) dopo aver ricordato il principio si è trovata alle prese con un ricorso in cui veniva eccepita l'esiguità del ristoro di 400 euro per ogni anno di ritardo.
I fatti. Nel caso concreto, quindi, all'appellante sarebbe spettata la cifra di 4000 euro in funzione dei dieci anni di ritardo. E i Supremi giudici hanno puntualizzato che l'indennizzo calcolato in 400 euro per anno di ritardo non potesse essere considerato irragionevole e quindi lesivo dell'adeguato ristoro. I 400 euro erano frutto di un'attenta valutazione del giudice di merito che aveva considerato diversi aspetti per arrivare a tale importo. E l'importo corrisposto non va a contrastare la quantificazione del danno (sulla base di diversi precedenti di legittimità) ben superiore e pari a 750/1000 euro per anno di ritardo. Questo perché si è costantemente affermato che la valutazione dell'entità della pretesa patrimoniale azionata (cosiddetta posta in gioco) può giustificare lo scostamento in senso migliorativo o peggiorativo dai parametri indennitari fissati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
In conclusione il ristoro non può essere troppo basso in quanto l'indennizzo poco più che simbolico o comunque inadeguato contrasta con l'esigenza, posta a fondamento della legge n. 89/2001, di assicurare un serio ristoro di un pregiudizio subito dalla parte.
Conclusioni. La Cassazione, quindi, ha rigettato l'appello in quanto il ricorrente chiedeva un nuovo giudizio sul quantum ricevuto a titolo risarcitorio, prerogativa questa lasciata esclusivamente al giudice di merito.

