Comunitario e Internazionale

I cittadini non europei con permesso unico di lavoro hanno diritto agli assegni di natalità e maternità

di Simona Gatti

Link utili

Tratto da Plusplus24 e Smart24

In breve

Lo ha stabilito la sentenza della Corte di giustizia del 2 settembre 2021 nella causa C-350/20.

I cittadini di paesi non europei con un permesso unico di lavoro ottenuto in forza della normativa italiana che recepisce una direttiva dell'Unione hanno diritto a ottenere un assegno di natalità e uno di maternità . Lo ha stabilito la sentenza della Corte di giustizia del 2 settembre 2021 nella causa C-350/20.

La decisione ha origine dal rifiuto delle autorità italiane di concedere un assegno di natalità e uno di maternità a diversi cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente in Italia, titolari di un permesso unico di lavoro ma non dello status di soggiornanti di lungo periodo. La controversia è arrivata prima davanti alla Corte di cassazione che ha sottoposto alla Consulta la questione sulla legittimità della legge n. 190/2014 nella parte in cui subordina il riconoscimento dell'assegno in favore di cittadini di paesi terzi alla condizione che essi siano titolari dello status di soggiornanti di lungo periodo. La Corte costituzionale ha quindi investito i giudici di Lussemburgo, ritenendo che il divieto di discriminazioni arbitrarie e la tutela della maternità e dell'infanzia, garantiti dalla Costituzione italiana, debbano essere interpretati alla luce delle indicazioni vincolanti fornite dal diritto dell'Unione.

Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte sostiene che l'assegno di natalità viene concesso automaticamente ai nuclei familiari che rispondono a determinati criteri oggettivi definiti ex lege, prescindendo da ogni valutazione individuale e discrezionale delle esigenze personali del richiedente. Si tratta di una prestazione in denaro destinata in particolare, mediante un contributo pubblico al bilancio familiare, ad alleviare gli oneri derivanti dal mantenimento di un figlio appena nato o adottato. La Corte da ciò conclude che tale assegno costituisce una prestazione familiare, ai sensi dell'articolo 3, paragrafo 1, lettera j), del regolamento n. 883/2004. Per quanto riguarda l'assegno di maternità, viene chiarito che è concesso o negato tenendo conto, oltre che dell'assenza di un'indennità di maternità connessa a un rapporto di lavoro o allo svolgimento di una libera professione, delle risorse del nucleo di cui fa parte la madre sulla base di un criterio oggettivo e legalmente definito, ossia l'indicatore della situazione economica, senza che l'autorità competente possa tener conto di altre circostanze personali.

La Corte conclude che i due assegni rientrano nei settori della sicurezza sociale per i quali i cittadini di paesi terzi beneficiano del diritto alla parità di trattamento e visto che l'Italia non si è avvalsa della facoltà offerta dalla direttiva agli Stati membri di limitare la parità di trattamento, la Corte ritiene che la normativa nazionale che esclude tali cittadini di paesi terzi dal beneficio di questi assegni non sia conforme alle regole europee, cioè all'articolo 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98.

Per saperne di piùRiproduzione riservata ©