Il carbonwashing e il rischio di frodi fiscali nel mercato europeo
Natura intangibile degli asset, ingenti capitali, normativa lacunosa e carente preparazione tecnico-professionale degli organi deputati al controllo, nello specifico settore, hanno reso il mercato del carbonio particolarmente vulnerabile agli appetiti della criminalità organizzata
Il cambiamento climatico è unanimemente riconosciuto tanto dalla comunità scientifica quanto dalle istituzioni politiche a livello internazionale come la sfida ambientale più importante del secolo. Negli anni, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), istituito dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), ha pubblicato una serie di rapporti sugli impatti delle attività umane sul clima. Di contro, i rischi che il cambiamento climatico comporta per le imprese sono molteplici e possono incidere sulla loro redditività e valore. Il cambiamento climatico ha anche incentivato nuove opportunità di business attraverso progetti volti alla riduzione delle emissioni di gas serra (GES), come lo sviluppo di fonti energetiche alternative, la riduzione della dipendenza dal petrolio e il commercio di crediti di carbonio nel mercato energetico.
Secondo quanto riportato nel rapporto Carbon Market Year in Review del London Stock Exchange Group, nel 2023, i mercati globali del carbonio hanno raggiunto un valore record di oltre 880 miliardi di euro, segnando un incremento del 2% rispetto al 2022. A fronte di un volume complessivo di crediti di carbonio scambiati sostanzialmente stabile rispetto al 2022 - pari a circa 12,5 miliardi di tonnellate di CO₂ - l’aumento del valore totale degli scambi è stato determinato principalmente dalla crescita dei prezzi dei crediti in Europa e in Nord America. Nel 2023, anche il principale mercato del carbonio a livello mondiale, ovvero l’Emission Trading Scheme (EU ETS) europeo ha registrato un valore record pari a circa 770 miliardi di euro, rappresentando l’87% del valore complessivo dei mercati del carbonio a livello globale.
Sebbene i sistemi di scambio delle emissioni stabiliti dai regolatori siano pensati per apportare benefici economici e tutelare l’ambiente con l’obiettivo di ridurre le GES, tuttavia questi sistemi presentano anche potenziali criticità correlate ai rischi di frode. Come altri mercati finanziari, anche il mercato del carbonio è particolarmente vulnerabile ai rischi di manipolazione da parte delle organizzazioni criminali in ragione della natura intangibile degli asset scambiati, degli ingenti capitali investiti, di un framework normativo lacunoso, di una carente preparazione tecnico-professionale degli organi deputati al controllo nello specifico settore.
Al pari del mercato obbligatorio, anche il mercato volontario dei crediti di carbonio è sovraesposto al rischio di frodi: i progetti di carbon offsetting offrono opportunità alle organizzazioni criminali per manipolare i dati e ottenere indebitamente una maggiore assegnazione di crediti, gonfiando le stime delle emissioni ridotte o dichiarando fraudolentemente che i progetti ecosostenibili giustificativi dei crediti di carbonio riducono le emissioni più di quanto avvenga realmente. Inoltre, la natura intangibile dei crediti di carbonio consente di separare i diritti di proprietà del credito dal progetto ecosostenibile e, quindi, un progetto può essere gestito da una persona fisica o giuridica, mentre terzi soggetti possono acquisire i diritti per collocare sul mercato i crediti generati.
In generale, la sovraesposizione del mercato del carbonio ai rischi di attività criminali deriva dal fatto che è spesso difficile individuare i beneficiari effettivi dei diritti sui crediti di carbonio e il quadro si complica ulteriormente in ragione della scarsa competenza da parte degli operatori del reale funzionamento di tale mercato che consente alle imprese meno virtuose di manipolare i dati sulle emissioni del carbonio anche attraverso sofisticate pratiche di greenwashing (green claims falsi o ingannevoli).
Al riguardo, il Programma contro i crimini ambientali di Interpol ha individuato cinque categorie di attività illegali nei mercati del carbonio:
- manipolazione fraudolenta delle misurazioni per ottenere più crediti di carbonio di quelli effettivamente spettanti;
- vendita di crediti di carbonio inesistenti o appartenenti ad altri soggetti economici;
- dichiarazioni false o fuorvianti sui benefici ambientali o finanziari degli investimenti nel mercato del carbonio;
- sfruttamento della debolezza dei sistemi normativi di riferimento per commettere crimini finanziari, come il riciclaggio di denaro e frodi fiscali;
- crimini informatici (hacking e phishing) per rubare crediti di carbonio e dati personali.
Una regolamentazione giuridica inadeguata, unita all’assenza di un bene tangibile dietro i crediti di carbonio scambiati, rende questo mercato particolarmente vulnerabile alle frodi IVA, al riciclaggio di denaro e alle frodi finanziarie. Inoltre, i registri nazionali - istituiti per tenere traccia di tutti i crediti di carbonio nell’ambito dei meccanismi del Protocollo di Kyoto – sono risultati carenti sotto il profilo della sicurezza informatica e sono stati sfruttati dalle organizzazioni criminali per acquisire illecitamente crediti di carbonio e perpetrare crimini informatici, in particolare, hacking, phishing e la diffusione di malware e ransomware.
Negli ultimi anni, il mercato eurounitario ha subito una serie di rilevanti frodi IVA correlate a casi di carbonwashing: le forze di polizia e gli uffici di procura di vari paesi europei hanno condotto numerose indagini che hanno accertato una serie di frodi legate al mercato dei crediti di carbonio.
In un caso, sono state individuate due imprese (cedente e cessionaria), aventisedi legali in differenti Stati membri ma appartenenti alla medesima organizzazione criminale: dopo che la società cessionaria ha assolto gli obblighi IVA, la società cedente dichiara fallimento ed evita così il pagamento dell’imposta; di contro, la società cessionaria può richiedere il rimborso dell’IVA all’autorità fiscale nazionale e successivamente rivendere i crediti a società acquirenti estere.
In un altro caso, sono stati indagati sei società operanti in Germania, accusate di aver evaso oltre 200 milioni di euro di IVA nel mercato europeo del carbonio, sfruttando una legge fiscale tedesca che gli consentiva di importare crediti di carbonio in esenzione di imposta; questi ultimi sono stati successivamente ceduti in un altro Stato membro aggiungendo l’IVA al prezzo di cessione e trattenendo la differenza.
Un ulteriore caso di frode si è verificato nel Regno Unito dove tre soggetti sono stati giudicati colpevoli per il reato di frode carosello nel commercio del carbonio e condannati complessivamente a 35 anni di carcere. I tre carbon trader hanno frodato il sistema IVA creando società fittizie che importavano crediti di carbonio nel Regno Unito e venivano poi sistematicamente cessate subito dopo la vendita dei crediti. I crediti venivano successivamente rivenduti ad altre società cuscinetto, appartenenti alla stessa organizzazione criminale, per far sembrare legittima la catena commerciale e, infine, a ulteriori società, addebitando l’IVA che però non veniva mai versata allo Stato. Questa attività criminale, protrattasi per alcuni mesi, ha generato proventi di reato pari a circa 276 milioni di euro (di cui 41 milioni di IVA frodata). L’IVA sottratta veniva successivamente trasferita su conti bancari emiratini e il denaro successivamente distribuito su ulteriori conti correnti intestati ai membri dell’organizzazione criminale.
Anche in Italia si sono verificati diversi casi di frodi IVA legate al fenomeno del carbonwashing. La Guardia di Finanza di Milano - a seguito di operazioni finanziarie sospette afferenti al traffico di certificati di emissione, strumenti utilizzati per incentivare la riduzione delle emissioni di gas climalteranti - ha condotto un’indagine nei confronti di un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati fiscali in vari paesi europei.
L’organizzazione criminale aveva emesso fatture per operazioni inesistenti per un ammontare complessivo di quasi due miliardi di euro, finalizzate all’evasione dell’IVA. La frode fiscale, stimata in circa 500 milioni di euro, era stata perpetrata mediante l’evasione dell’IVA sull’acquisto e la cessione di certificati di emissione di CO2. Più nel dettaglio, l’associazione criminale poneva sistematicamente in essere le cosiddette frodi carosello, un sistema fraudolento attraverso il quale venivano acquistati certificati di emissione da società estere operanti in regime di esenzione IVA, con il coinvolgimento di società cartiere e società cuscinetto (buffer), con l’obiettivo di appropriarsi indebitamente del tributo versato dagli acquirenti finali. L’attività criminale, secondo gli inquirenti, avrebbe causato un ingente danno erariale sotto forma di IVA non versata, nonché effetti pregiudizievoli in termini di distorsione del mercato, concorrenza sleale e, in ultima analisi, di lesione del principio di libera concorrenza.
Sulla base di un articolo apparso di recente su Il Sole 24 Ore, la Procura della Repubblica di Taranto avrebbe emesso dieci avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti dirigenti di Acciaierie d’Italia ex Ilva (gestione precedente l’attuale amministrazione straordinaria guidata dai commissari del Ministero delle Imprese e del Made in Italy), ipotizzando il reato di truffa in danno dello Stato. In particolare, agli indagati sarebbe stato contestato di aver dichiarato al Comitato ETS un piano di monitoraggio e rendicontazione delle emissioni di CO2 non veritiero, manipolando così i dati relativi alle emissioni di CO2, al fine di ottenere un numero di crediti di carbonio superiore a quello effettivamente spettante. A fronte di tale presunta manipolazione, l’impianto avrebbe indebitamente beneficiato di una maggiore assegnazione gratuita di quote di emissione per l’anno 2023.
In un altro caso, la Guardia di Finanza di Milano ha condotto indagini nei confronti di un’associazione a delinquere a carattere transnazionale riconducibile a un unico vertice franco israeliano, finalizzata alla frode fiscale (l’ammontare della presunta frode è di circa 650 milioni di euro) attraverso l’illecito commercio online di certificati carbon trading. Gli inquirenti hanno contestato agli indagati l’emissione e l’utilizzo di fatture soggettivamente e oggettivamente inesistenti per 3,5 miliardi di euro. Come si legge nell’ordinanza del Gip, le indagini hanno riguardato il trading telematico dei certificati di emissione di CO2, caratterizzato dalla presenza di piattaforme di negoziazione presenti in tutti gli Stati membri a cui gli operatori possono accedere con la sola iscrizione in appositi registri e con la sola indicazione di un conto di corrispondenza su cui far annotare gli acquisti e le vendite. In sostanza, qualsiasi soggetto economico iscritto a una Camera di Commercio e con un conto digitale registrato presso i vari registri dei crediti di carbonio è in grado di operare sulle piattaforme europee di negoziazione dei crediti di CO2 anche per ingenti volumi di quote e di denaro.
È quindi evidente come una normativa eurounitaria lacunosa e un sistema di controlli inefficace hanno favorito l’emersione di frodi fiscali anche nel settore del carbon trading, rendendo il mercato dei crediti di carbonio particolarmente vulnerabile agli appetiti della criminalità organizzata che, attraverso società di comodo, con capitale esiguo e amministrate da soggetti stranieri, sono in grado di acquistare e vendere quote di carbonio senza particolari requisiti sull’intero territorio unionale, movimentando flussi finanziari significativi e riciclando ingenti capitali di dubbia o illecita provenienza.
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*Marco Letizi, Avvocato Dottore Commercialista e Revisore Legale, Consulente Globale delle Nazioni Unite Commissione Europea e Consiglio d’Europa, CEO & Founder ESG Compliance, Autore







