Penale

No a sequestro preventivo contro uno degli intermediari dell'acquisto di 801 mln di mascherine cinesi

di Paola Rossi

In breve

Le esorbitanti provvigioni pagate dalle ditte produttrici straniere non bastano per contestare il traffico di influenze illecite

La Cassazione ritiene non provato il fumus del reato di traffico di influenze illecite e di conseguenza annulla il sequestro preventivo che aveva colpito il rappresentante legale di una delle soscietà fornitrici delle mascherine cinesi acquistate dal Governo su decisione del Commissario straordinario all'emegenza Covid 19, senza procedere a gare a evidenza pubblica.

La ricorrente, compagna di colui che aveva speso nell'affaire il proprio rapporto personale con il Commissario straordinario al fine di favorire l'acquisto urgente dei presidi di sicurezza, si era vista sequestrare i saldi bancari attivi fino alla concorrenza di oltre 200mila euro in ragione del ruolo apicale rivestito in una delle società italiane che si erano occupate dell'importazione dei beni dall'estero, che in parte consistente erano risultati pure sprovvisti della dovuta certificazione. Lo scandalo attiene a un acquisto di 1 miliardo e duecento quindici milioni di euro a fronte di circa 70 milioni di provvigioni agli intermediari, pagate direttamente dai produttori cinesi.

Ai fini della legittimità della misura cautelare ora annullata, la Corte di cassazione con la sentenza n. 1182/2022, ha ritenuto non sufficienti gli indizi del contestato concorso nel reato di traffico di influenze illecite previsto e sanzionato dall'articolo 346 bis del Codice penale. L'illiceità della mediazione, precisa la Cassazione, non può essere automaticamente desunta dall'avvenuta "spendita del rapporto privilegiato", che uno dei protagonisti ha realmente o solo vanta di avere col pubblico ufficiale munito del potere di disporre di risorse della pubblica amministrazione.

Nel caso in esame, fa rilevare la Cassazione come la ricerca "diretta", affidata a un privato, dei dispositivi di protezione, in un momento di grave penuria sul mercato mondiale, e il concreto acquisto degli stessi senza bandire alcuna gara pubblica, fossero teoricamente legittimati dalle norme emergenziali dettate in quella contingenza dal Governo. Norme che avevano previsto deroghe all'obbligo di mettere a bando pubblico gli acquisti necessari a contrastare l'emergenza e la tutela della salute pubblica.

Inoltre, l'attività di intermediazione svolta a carattere oneroso, in linea di principio è sintomo della liceità della prestazione e non de plano indizio dell'avvenuto traffico di influenze illecite. In una tale situazione, secondo la Cassazione, l'illiceità dell'attività dell'intermediario non è evidente in sé e non può essere desunta dalla relazione privilegiata del "faccendiere" con il soggetto pubblico.

Per cui ai fini della contestazione del traffico di influenze illecite o dell'individuazione degli indizi del reato posti alla base dell'adozione di misure cautelari va dimostrata l'illecita influenza agita sul soggetto pubblico dotato dei poteri decisionali.

Il Commissario straordinario e la struttura da lui guidata ritengono, al contrario, di essere stati strumentalizzati da parte degli intermediari al fine di ottenere compensi esorbitanti dalle aziende produttrici.

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