Linguaggio non ostile dentro e fuori il processo: il decalogo per giudici e avvocati
Dagli Osservatori della giustizia civile le linee guida per giudici e avvocati: "le parole sono un ponte e hanno delle conseguenze. Gli insulti non sono argomenti"
Pace e condivisione, dentro e fuori il tribunale, con un'attenzione alle parole, "un ponte" che può "esasperare il conflitto", tenendo ben a mente che "le idee si possono discutere – e – le persone si devono rispettare". Sono solo alcune delle best practices contenute nelle "Linee guida per un linguaggio non ostile dentro e fuori il processo" elaborate dagli Osservatori sulla giustizia civile.
Linguaggio non ostile per un processo "sostenibile"
Frutto del lavoro di magistrati, legali, mediatori, le linee guida sono liberamente ispirate al manifesto della comunicazione non ostile elaborato dall'associazione "Parole O_stili".
Si tratta di una sorta di decalogo per un processo "sostenibile" destinato a giudici e avvocati e, più in generale, a tutti i professionisti che operano nell'universo giustizia.
Il decalogo
Dieci i punti enucleati dalla linee guida: dal "virtuale è reale" dove il consiglio è comunicare nel rispetto delle regole deontologiche sino a "gli insulti non sono argomenti" e "anche il silenzio comunica", laddove sottrarsi al dovere di rispondere o non rispondere tempestivamente è considerato offensivo.
In mezzo, un invito alla discussione delle idee e al rispetto delle persone, con il compito per il magistrato, di sorvegliare i pregiudizi e, per l'avvocato di contrastare le tesi altrui "senza deridere o aggredire".
Ma soprattutto un appello alla "condivisione" intesa come responsabilità sia per il giudice che per l'avvocato e alla scelta con cura delle parole "per esprimere in modo trasparente ed efficace – il proprio pensiero – evitando tecnicismi e inutili sfoggi di erudizione".
Ricordando sempre che "le parole sono un ponte" e hanno delle conseguenze e che "prima di parlare bisogna ascoltare" gli altri, senza interromperli.







