L’Avvocatura partecipi “stabilmente alla definizione, alla sperimentazione e al monitoraggio degli strumenti di intelligenza artificiale destinati alla giurisdizione” e si apra un “confronto permanente tra Avvocatura, magistratura, istituzioni competenti, organismi indipendenti e comunità scientifica”. Lo chiede l’Organismo congressuale forense con riguardo ai decreti attuativi della legge n. 132/2025.
“Dopo anni di confronto all’interno dell’Avvocatura sulle opportunità e sui rischi dell’AI – si legge in un comunicato dell’Ocf -, anche ai vertici degli uffici giudiziari emerge con forza la richiesta di regole, trasparenza, controllo pubblico e tutela dell’autonomia del giurista”. Il riferimento è al documento sulla attuazione della legge sulla intelligenza artificiale sottoscritto da oltre cinquanta dirigenti, tra presidenti di Tribunale e di Corte d’appello, procuratori della Repubblica e procuratori generali di alcuni dei maggiori uffici giudiziari del Paese, tra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna, Firenze, Bari e Catania, oltre al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo.
Per l’Organismo Congressuale Forense è un segnale importante: “le questioni poste da tempo dall’Avvocatura investono ormai direttamente il funzionamento della giurisdizione. Trasparenza degli algoritmi, sovranità dei dati, controllo umano, verificabilità dei sistemi e parità di accesso agli strumenti tecnologici richiedono oggi una governance condivisa”.
Già nel 2005, il Congresso Nazionale Forense di Torino, prosegue la nota, aveva indicato obiettivi precisi: un Osservatorio nazionale, formazione e linee guida deontologiche, sistemi open source, piattaforme istituzionali certificate, condivisione delle banche dati e misure contro il divario digitale. Oltre al diritto della difesa di conoscere e contestare gli algoritmi impiegati, la necessità di un registro pubblico e l’obbligo per il giudice di dichiarare e motivare l’utilizzo dell’AI.
Si tratta di un controllo che non può essere affidato “soltanto a chi sviluppa, fornisce o utilizza questi sistemi”. Servono “organismi terzi e indipendenti” di verifica e audit, con il coinvolgimento di competenze giuridiche, tecnologiche e scientifiche.
Allo stesso tempo, i dati giudiziari – dagli atti processuali alle intercettazioni, fino alle informazioni su parti, testimoni, minori e vittime – devono restare sottoposti a “garanzie rigorose e a un effettivo controllo pubblico”. Non possono esserci “scatole nere” nel processo: se l’intelligenza artificiale viene utilizzata nell’attività giudiziaria, il suo impiego deve essere conoscibile e verificabile dalla difesa.
Centrale, concludono gli avvocati, è anche la parità delle armi: l’innovazione non può creare una giustizia a diverse velocità, nella quale magistratura, accusa e difesa abbiano differenti possibilità di accesso ai dati, agli strumenti tecnologici e alla conoscenza del loro funzionamento.

