“L’inchiesta della Procura della Repubblica di Ravenna relativa all’ipotesi di falsi certificati medici rilasciati per impedire il trattenimento in C.P.R. di cittadini stranieri irregolari, nella quale risulta essere stata contestata perfino l’ipotesi di associazione a delinquere, merita qualche ponderata riflessione, del tutto assente dal panorama dell’informazione che ne ha dato notizia.

Fra gli indagati di cui si sono divulgate le generalità, spicca infatti il nome dell’infettivologo Nicola Cocco che, secondo quanto riportato da alcune fonti, avrebbe diffuso un modello di falso certificato, inviandolo a molti colleghi.

Si ignora però, nel diffondere queste informazioni, che Nicola Cocco, esponente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, oltre ad essere uno dei massimi esperti del Paese di medicina in ambito detentivo, è anche il principale promotore di una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche connesse al rilascio delle certificazioni di idoneità al trattenimento in C.P.R., campagna che ha generosamente e meritoriamente condotto, negli ultimi anni, in modo più che trasparente, e che non è possibile svilire al rango di proselitismo criminale.

Si tratta, in breve, di segnalare che i requisiti che la legge richiede affinché sia certificata l’idoneità al trattenimento (assenza di malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative, nonché di specifiche condizioni di vulnerabilità, fra le quali l’essere stati vittime di tratta di esseri umani o di torture, violenze sessuali, mutilazioni genitali, discriminazioni di genere ecc.), ben difficilmente possono essere accertati, come invece avviene quasi sempre, in base ad una semplice visita ambulatoriale, alla quale lo straniero viene accompagnato dalla volante che lo sta trasferendo al C.P.R., senza ricorrere ad esami clinici, senza conoscerne adeguatamente l’anamnesi e perfino raccogliendola in assenza di mediatori culturali. In simili condizioni, il rilascio della certificazione equivale ad un puro atto di fede, o di compiacenza verso la funzione di ordine pubblico nel cui ambito è richiesta, che non corrisponde minimamente alla deontologia della professione medica e riduce ad una mera formale emulazione l’importante funzione di controllo che, invece, il medico certificatore è chiamato a svolgere. Di qui l’invito a rifiutare il rilascio della certificazione di idoneità, se non è possibile attestare, in scienza e coscienza, l’effettiva assenza delle situazioni che, secondo la legge, la precludono.

É doveroso aggiungere che, sebbene da parte dello stesso Cocco e delle numerose autorevoli fonti, mediche e non, che hanno sostenuto la campagna, non si faccia mistero della generale contrarietà al trattenimento nei C.P.R., di cui motivatamente viene dimostrata la natura patogena (ovvero la caratteristica di provocare gravi patologie anche in chi, al momento dell’ingresso, godesse di buona salute), l’invito al diniego della certificazione di idoneità nelle descritte situazioni non viene affatto qualificato e proposto come una obiezione di coscienza, poiché non si traduce in un invito a disapplicare una legge che stride con i propri valori morali, quanto piuttosto nella raccomandazione di applicarla correttamente, assumendo consapevolmente il ruolo di garanti della salute dei pazienti assegnato dalla stessa legge. 2

Ecco perché la vicenda giudiziaria investe temi sensibilissimi per chi ha a cuore il sistema delle garanzie poste a presidio dei diritti umani. I nostri valori costituzionali ci impongono di contemperare il diritto alla salute ed alla dignità della persona con le esigenze di polizia tutelate mediante il trattenimento degli stranieri irregolari, ma il compito di garantirlo grava su medici che non sono posti in condizione di farlo davvero, ai quali si chiede, in sostanza, di non andare tanto per il sottile.

É ancora il caso di dare atto che, proprio per queste ragioni, a seguito della diffusione delle prime notizie sull’inchiesta di Ravenna, il mondo della sanità (in prima fila la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli odontoiatri) e delle associazioni che si occupano dei diritti dei migranti aveva reagito manifestando unanimemente estrema preoccupazione.

Anche noi penalisti, nell’attività di monitoraggio sui C.P.R., abbiamo infine ripetutamente costatato la gravità del problema della presenza, nei centri, di persone la cui idoneità al trattenimento, per quanto debitamente certificata, desta perplessità conclamate agli stessi operatori professionali dei centri medesimi, prevalentemente per la massiccia presenza di persone con gravi problematiche psichiatriche, testimoniate anche dal diffusissimo ricorso a psicofarmaci e dalla tragica ricorrenza di episodi di autolesionismo anche grave.

Pur astenendoci, dunque, da ogni giudizio sull’inchiesta giudiziaria in corso, di cui non conosciamo i dettagli, non possiamo che esprimere grande preoccupazione per l’ambito delicatissimo che essa investe.

Ci chiediamo inoltre e soprattutto quale sarà lo stato d’animo dei medici che, da domani, saranno chiamati a svolgere il proprio ruolo certificativo nella specifica materia e quale sarà, di conseguenza, l’effetto sulla già critica valenza dell’importantissimo presidio di civiltà cui la loro funzione assolve”.

Roma, 21 settembre 2026

La Giunta UCPI

La Commissione

Centri di Permanenza per i Rimpatri UCPI

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