Il Tribunale di Napoli Nord (sezione lavoro, sentenza 14 luglio 2026 n. 3278) si sofferma sull’esatto contenuto giuridico della formula “cessazione della materia del contendere”, che, per quanto largamente diffusa, non trova previsione nel codice di rito.

Situazione giuridica alla base della domanda

Essa indica un vero e proprio istituto processuale potendosi definire come quella situazione obiettiva che si viene a creare per il sopravvenire di ragioni di fatto che estinguono la situazione giuridica posta a fondamento della domanda, sicché viene a mancare la stessa “materia” su cui si fonda la controversia.

La cessazione della materia del contendere del giudizio civile costituisce dunque un’ipotesi di estinzione del processo da pronunciarsi con sentenza, d’ufficio o su istanza di parte, ogniqualvolta viene meno l’interesse delle parti alla naturale definizione del giudizio.

L’interesse ad agire

È noto che l’interesse ad agire consiste nell’esigenza di ottenere un risultato utile giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice, la verifica della cui esistenza si risolve nel quesito se l’istante possa conseguire attraverso il processo il risultato che si è ripromesso, a prescindere dall’esame del merito della controversia e della stessa ammissibilità della domanda sotto altri e diversi profili.

Tale interesse deve sussistere al momento in cui il giudice pronuncia la decisione e il suo difetto è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento, in quanto esso costituisce un requisito per la trattazione del merito della domanda.

Gli eventi generatori della cessazione della materia del contendere possono essere di natura fattuale come pure discendere da atti posti in essere dalla volontà di una o di entrambe le parti.

La materia del contenzioso ordinario

In particolare, in materia di contenzioso ordinario, la cessazione della materia del contendere è stata ravvisata in una molteplicità di situazioni, quali: l’integrale adempimento o, più in generale, il completo soddisfacimento della pretesa dell’attore; il riconoscimento dell’avversa pretesa; la successione di leggi; lo scioglimento consensuale del contratto di cui è stata chiesta la risoluzione per inadempimento; la morte di uno dei coniugi nel processo di separazione personale; la transazione stipulata tra le parti dopo l’inizio del processo.

Le varie ipotesi individuate non sono fra loro comparabili se non per un unico elemento costituito dal fatto che è venuto meno l’interesse delle parti ad una decisione sulla domanda giudiziale, come proposta o come venuta ad evolversi nel corso del giudizio, sulla base di attività dalle parti stesse poste in essere nelle varie fasi processuali per le più diverse ragioni, o di eventi incidenti sulle parti in conseguenza della natura personalissima ed intrasmissibile della posizione soggettiva dedotta, in ordine ai quali - anche se enunciati o risultanti dagli atti - non viene chiesto al giudice alcun accertamento, diverso da quello del venir meno dell’interesse alla pronuncia.

La deroga al principio per cui il processo dovrebbe restare insensibile ai fatti sopravvenuti dopo la proposizione della domanda si giustifica alla luce del principio di economia dei mezzi processuali.

I presupposti per la cessazione della materia del contendere

Affinché il processo possa concludersi per cessazione della materia del contendere devono ricorrere congiuntamente i seguenti presupposti: l’evento generatore deve essere sopravvenuto alla proposizione della domanda giudiziale, altrimenti la medesima sarebbe improponibile ab origine per difetto di interesse all’azione; occorre, poi, che il fatto sopravvenuto abbia determinato l’integrale eliminazione della materia della lite; deve trattarsi di situazione riconosciuta ed ammessa da entrambe le parti, nel senso che il fatto di cessazione deve aver eliminato ogni posizione di contrasto e risultare pacifico in tutte le sue componenti, anche per quanto attiene alla rilevanza giuridica delle vicende sopraggiunte.

Conclusioni

La pronuncia, che può essere adottata dal giudice anche d’ufficio, deve assumere la forma di sentenza, perché solo la sentenza è in grado di tutelare, al contempo, il convenuto da eventuali giudizi successivi fondati sulla stessa domanda (essendo idonea a passare in giudicato), ed a permettere all’attore di contestare la declaratoria nei limiti imposti dalla disciplina delle impugnazioni.

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