Crescono le class action in Europa e, in particolar modo quelle che toccano la tecnologia e l’intelligenza artificiale. In Italia le azioni collettive riguardano invece soprattutto i settori automobilistico e finanziario. A fare il quadro della situazione è lo European Class Action Report 2026 l’analisi annuale messa a punto dallo studio legale internazionale CMS, presente in 50 Paesi.

Nel 2025, nelle 19 giurisdizioni europee prese in considerazione, le class action sono state 107, in aumento dell’8% rispetto alle 99 del 2024, anno in cui c’era stata una flessione. Più di un terzo (il 35%) si concentra in Inghilterra. Molte le iniziative collettive anche in Italia (12%) che si posiziona al terzo posto, dopo il Portogallo (17%) e davanti a Germania, Francia e Spagna. Più di un terzo dei procedimenti depositati nel 2025 concerne la tutela dei consumatori e la concorrenza (37%).

Il Report considera i procedimenti promossi nell’interesse di almeno cinque soggetti economicamente indipendenti per ottenere risarcimenti o altre somme di denaro (non include quindi le class action puramente inibitorie), indipendentemente dal meccanismo processuale utilizzato (opt-in, opt-out o altre forme di azione collettiva) .

Secondo il Report, quello del ricorso a class action è un trend in crescita e il rischio di risarcimenti molto elevati riguarda soprattutto i Paesi dove è previsto il sistema dell’opt-out in cui i danneggiati fanno automaticamente parte del gruppo dei potenziali risarciti. Questo meccanismo consente infatti di rappresentare gruppi di persone molto ampi e quindi di avanzare richieste risarcitorie particolarmente elevate. Nelle tre giurisdizioni che il Report considera a più alto rischio di azioni collettive con il sistema dell’opt-out (Regno Unito, Paesi Bassi e Portogallo), il valore complessivo delle richieste di risarcimento presentate dal 2016 al 2025 ha raggiunto i 203 miliardi di euro.

Nel sistema dell’opt-in, invece, i danneggiati devono aderire attivamente alla class action e chi non fa nulla ne resta escluso. Il Report sottolinea però che, «il numero crescente di azioni opt-in può comunque comportare rischi ed esposizioni significativi». Nel 2025 le azioni opt-in sono state 84 azioni contro 23 azioni opt-out.

Per la prima volta, quest’anno, il maggior numero di azioni (16) ha riguardato le Big Tech statunitensi. Il trend è in crescita e il Report sottolinea che potrebbe portare alla creazione di nuovi filoni, come quello relativo alla dipendenza da social media sulla scorta degli accordi transattivi multimiliardari raggiunti negli Stati Uniti, e all’intelligenza artificiale. «I trend non nascono per caso e possono essere anticipati - commenta l’avvocata Paola Ghezzi, partner di CMS - poiché dipendono da evoluzioni normative e vicende che impattano sui cittadini. La responsabilità dell’intelligenza artificiale nella determinazione di danni è un ambito che potrà sicuramente avere uno sviluppo importante».

In Italia, le class action si sono finora concentrate nei settori automobilistico e dei servizi finanziari. Le associazioni dei consumatori svolgono inoltre un ruolo centrale sia nella promozione che nella gestione delle azioni. Il Report sottolinea inoltre come, il ruolo dei litigation funder - soggetti terzi che finanziano le azioni in cambio di una quota degli eventuali risarcimenti - stia cominciando ad emergere anche nel nostro Paese (nel resto d’Europa è in crescita), nonostante non ci sia un quadro normativo specifico. «Il crescente ricorso al litigation funding e la capacità delle associazioni di aggregare gruppi numerosi di ricorrenti - spiega Ghezzi- potrebbe ampliare l’ambito di applicazione delle class action».

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