Il plenum del Csm ha approvato la delibera che individua le condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria alla base dei test psicoattitudinali per l’accesso in magistratura, introdotti dalla riforma del 2024. Sei consiglieri si sono astenuti dal voto. Una specifica commissione di docenti elaborerà i test, che dovranno poi essere approvati dal Consiglio.

La delibera individua le condizioni di inidoneità allo svolgimento delle funzioni giudiziarie con riferimento a cinque aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. L’accertamento partirà dalla somministrazione del test, proseguirà con il colloquio e si concluderà con la valutazione collegiale della commissione esaminatrice.

«Il voto di oggi al Csm rappresenta un passaggio tecnico importante nella direzione della definizione dei test psico-attitudinali previsti per le prove di accesso in magistratura», afferma Daniele Porena, consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura. «La delibera identifica infatti – spiega Porena – le condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria che saranno alla base della concreta definizione dei test. Il Csm ha ottemperato ai compiti attribuiti dal legislatore e, nei prossimi mesi, porterà a compimento il suo compito».

Il consigliere laico Felice Giuffrè ha definito la decisione «un passo avanti decisivo» nell’attuazione della riforma, sottolineando che il test non avrà carattere diagnostico né ideologico e che la valutazione finale resterà alla commissione di concorso. Il Csm dovrà ora completare il lavoro sui contenuti delle prove in vista dell’applicazione della nuova disciplina.

Critiche arrivano invece dalle consigliere laiche Isabella Bertolini (FdI) e Claudia Eccher (Lega) che, pur dichiarandosi favorevoli ai test psicoattitudinali per l’accesso in magistratura, si sono astenute sulla delibera. Secondo le due consigliere, il Csm avrebbe depotenziato la riforma, discostandosi dalla volontà del legislatore e ritardandone l’attuazione. Contestano in particolare che una misura introdotta nel 2024 troverà, secondo quanto affermano, la prima applicazione soltanto nella primavera del 2028: «Quattro anni per fare quello che tutte le Amministrazioni pubbliche già fanno». Per Bertolini ed Eccher, il Csm avrebbe così trasformato quella che poteva essere «una importante innovazione» nell’«ennesima occasione persa».

 

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