Il Consiglio di Stato - con la sentenza n. 1640/2026 - ha chiarito che il Daspo, il divieto di accesso agli impianti sportivi, può essere legittimamente imposto anche quando non si può dimostrare con certezza la responsabilità individuale per episodi di violenza o disordini.

Presupposti del divieto di accesso allo stadio

Ciò che conta è che l’autorità disponga di elementi concreti, precisi e concordanti, dai quali emerga l’alta probabilità che il comportamento della persona possa creare rischio per l’ordine pubblico.
La sentenza evidenzia che il Daspo è uno strumento preventivo: non punisce un illecito accertato, ma cerca di anticipare pericoli. Il principio innovativo è che la soglia probatoria non coincide con quella penale: basta una valutazione ragionevole, fondata su dati oggettivi, per giustificare l’interdizione.
La decisione certifica anche la discrezionalità dell’autorità nel bilanciare sicurezza collettiva e libertà individuale: il divieto può estendersi a tutti gli impianti quando la condotta del soggetto è considerata pericolosa o capace di alimentare tensioni.

La vicenda decisa

La vicenda nasce da un provvedimento con cui un tifoso era stato interdetto per tre anni da tutti gli stadi nazionali ed esteri dopo scontri durante una partita. Secondo le ricostruzioni della polizia, l’interessato era tra un gruppo di tifosi che si erano fronteggiati con le forze dell’ordine e con i sostenitori avversari, mantenendo atteggiamenti aggressivi e minacciosi. Egli sosteneva però di essersi trovato casualmente nel mezzo degli scontri e di aver cercato solo di allontanarsi, senza provocare o partecipare attivamente alle violenze.
In primo grado il provvedimento era stato confermato sulla base delle immagini e della documentazione raccolta dagli agenti. In appello, il ricorrente contestava la mancanza di prove certe della sua responsabilità e l’eccessiva estensione del divieto, considerato lesivo della libertà di movimento e sproporzionato rispetto alla condotta contestata.

La prevenzione amministrativa

La pronuncia del Consiglio di Stato spiega con chiarezza cosa significhi prevenzione amministrativa. Il Daspo non punisce un illecito già accertato ma serve a evitare che situazioni pericolose si ripetano.
Non è richiesta la certezza penale dell’atto, ma solo una valutazione ragionevole e documentata del rischio.
Questa valutazione deve basarsi su elementi oggettivi: non basta trovarsi tra tifosi violenti, ma il comportamento deve aver contribuito concretamente agli episodi o averli aggravati.

Nel caso in esame, la documentazione video e le osservazioni della polizia hanno dimostrato un coinvolgimento reale e significativo, pur non costituendo prova penale. La sentenza chiarisce anche il tema della proporzionalità. Il divieto limita libertà individuali, ma è giustificato se serve a prevenire rischi concreti.

Proporzionalità

La misura deve essere coerente con i fatti accertati: se il comportamento dimostra partecipazione attiva o atteggiamento ostile, l’interdizione generalizzata agli stadi è considerata proporzionata. Così si conciliano libertà individuali e sicurezza pubblica, con regole chiare su come valutare il rischio. Un aspetto particolarmente innovativo riguarda la soglia di probabilità richiesta: deve essere elevata, basata su fatti concreti e verificabili, evitando presunzioni generiche. L’autorità deve spiegare come e perché il comportamento osservato può creare pericolo. Quanto più questa ricostruzione è documentata, tanto più il Daspo è giustificato. In questo modo lo strumento diventa flessibile ma rigoroso, prevenendo rischi senza trasformarsi in punizione anticipata.

La linea dettata da Palazzo Spada

La sentenza rafforza il ruolo dell’istruttoria amministrativa e della motivazione del provvedimento, confermando che la sicurezza degli stadi può essere tutelata anche prima che accadano fatti gravi, purché la decisione sia fondata su prove solide e proporzionata al rischio. Il Consiglio di Stato definisce così un modello chiaro e moderno di prevenzione, bilanciando sicurezza pubblica e diritti individuali, e consolidando il principio secondo cui misure preventive ben motivate possono limitare libertà personali senza violare diritti fondamentali.

La sentenza rappresenta un passo avanti nell’evoluzione della tutela dell’ordine pubblico negli eventi sportivi, offrendo linee guida precise per l’uso dei Daspo, strumenti efficaci, ma sempre vincolati a rigorosi criteri di proporzionalità e fondatezza probatoria. A completamento, la pronuncia evidenzia un ulteriore valore innovativo: la capacità del giudice amministrativo di interpretare il principio di prevenzione in chiave moderna, come strumento dinamico di tutela collettiva. Non si tratta di limitare le libertà senza criterio, ma di adottare misure intelligenti e mirate, fondate su dati oggettivi e circostanziati, capaci di prevenire il pericolo prima che si manifesti concretamente. In questo senso, il Daspo non è più solo una barriera, ma uno strumento che trasmette un messaggio chiaro: la sicurezza pubblica può essere garantita anche senza ricorrere a repressioni tardive, salvaguardando al contempo la libertà e l’integrità delle persone che rispettano le regole. L’orientamento consolidato con questa sentenza apre quindi la strada a una gestione più equilibrata e moderna delle manifestazioni sportive, con misure preventive proporzionate, motivate e trasparenti, in grado di tutelare l’ordine pubblico senza eccedere nei limiti delle libertà individuali.

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