La Cassazione (decisione n. 25579/26) ha annullato con rinvio la sentenza della Corte di appello per i minorenni di Napoli nei confronti di un soggetto, condannato per maltrattamenti in famiglia e tentata estorsione ai danni della madre. In particolare la sesta sezione penale della Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito dovranno rivalutare un punto decisivo e cioè se, nel caso concreto, possa trovare applicazione la causa di non punibilità prevista dall’articolo 649 del codice penale per alcuni reati contro il patrimonio commessi tra familiari conviventi.
Il caso
Secondo la ricostruzione accusatoria, il giovane avrebbe sottoposto la madre a continue richieste di denaro accompagnate da pressioni, minacce e comportamenti aggressivi. Le condotte contestate erano inserite in un quadro più ampio di conflittualità familiare, con episodi di insulti, intimidazioni e aggressioni.
I giudici di merito
La Corte di appello di Napoli, sezione minorenni, aveva riformato la precedente decisione del Tribunale per i minorenni, riqualificando l’estorsione consumata in tentata estorsione e rideterminando la pena in due anni e due mesi di reclusione.
I giudici territoriali avevano comunque confermato la responsabilità per il reato di maltrattamenti in famiglia, ritenendo provata una situazione di abituale sopraffazione nei confronti della madre.
Il ricorso in Cassazione
Il difensore del minorenne ha impugnato la sentenza davanti alla Cassazione sostenendo che, una volta esclusa la consumazione dell’estorsione, la Corte di appello avrebbe dovuto esaminare in modo più approfondito l’applicabilità dell’articolo 649 del codice penale.
Secondo la difesa, infatti, le richieste di denaro non sarebbero state accompagnate, nei singoli episodi contestati, da una vera violenza fisica, ma prevalentemente da aggressioni verbali. La Suprema Corte ha respinto il motivo relativo ai maltrattamenti, ritenendo corretta la motivazione dei giudici di merito. Gli Ermellini hanno evidenziato che non si trattava di una semplice crisi familiare, ma di un rapporto caratterizzato da un forte squilibrio, con condotte ripetute di umiliazione, minacce e aggressività.
La Cassazione ha sottolineato che il comportamento contestato aveva determinato nella madre una condizione di sofferenza e prostrazione tale da spingerla a chiedere aiuto alle autorità. Però nel caso concreto, secondo i giudici di legittimità, non è stato chiarito se le richieste di denaro fossero accompagnate esclusivamente da aggressioni verbali oppure anche da episodi di violenza fisica. Per queste ragioni la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza impugnata e disposto un nuovo giudizio davanti alla Corte di appello per i minorenni di Napoli, in diversa composizione. I nuovi giudici dovranno verificare nuovamente la configurabilità della causa di non punibilità prevista dall’articolo 649 del codice penale e, sulla base di tale valutazione, riesaminare anche il trattamento sanzionatorio.

