Contro il diniego opposto dal Dap al detenuto di conoscere i motivi sottostanti la decisione dell’amministrazione penitenziaria di trasferirlo in un altro carcere il magistrato di sorveglianza ha il potere di imporre all’amministrazione di “porre rimedio” al proprio diniego quando questo sia lesivo di un diritto soggettivo, come quello alla salute e connesso alla tutela dell’esercizio del diritto di difesa.

La Corte di cassazione - con la sentenza n. 29395/2026 - ha accolto il ricorso del detenuto rigettato de plano dal magistrato di sorveglianza adito contro il diniego del Dap cui era stata domandata l’ostensione della motivazione posta alla base della decisione di trasferire il ricorrente in un diverso istituto penitenziario.

Insussistenti i presupposti del rigetto de plano

Tenendo conto della limitazione lamentata del diritto di difesa - come dice la Cassazione - il rigetto de plano del reclamo non poteva essere disposto in quanto sussistono, a fronte della lamentata lesione dell’esercizio della difesa, i presupposti per una decisione da assumere in contraddittorio. Affermata quindi la sussistenza delle “condizioni di legge” per un’esame in udienza della domanda sub iudice, è da precisare che nel caso concreto non ricorreva neanche l’altra condizione che consente il rigetto de plano ossia la riproposizione di richiesta già rigettata.

Evidenziato che la domanda di accesso era sostenuta da un richiamo al diritto di difesa della persona reclusa risultavano superabili le limitazioni poste dall’amministrazione alla conoscibilità dell’atto. E, in tale situazione, il magistrato di sorveglianza avrebbe dovuto procedere a “un giudizio di bilanciamento dei contrapposti interessi da svolgersi in contraddittorio”.

Diritti dei detenuti

Sussiste comunque un generale diritto del recluso a conoscere il contenuto della propria cartella personale relativa al trattamento penitenziario impostogli. In particolare poi nell’ipotesi di recluso affetto da patologie, che nel caso deciso erano di segno psichiatrico, il diritto a interloquire con l’amministrazione penitenziaria sulle scelte adottate diviene ancora più penetrante visto che in ballo c’è il bene primario della salute.

In conclusione la Suprema Corte cassa la decisione assunta illegittimamente in assenza di contraddittorio dal magistrato di sorveglianza a cui ricorda - tra l’altro - che egli ha il potere di ordinare all’amministrazione di esibire gli atti, completi di motivazione, inerenti al trattamento penitenziario applicato in base al quale risultino coinvolti diritti soggettivi delle persone detenute.

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