Il contesto normativo europeo, profondamente rinnovato nell’ultimo decennio, richiede che le imprese quotate - di maggiori dimensioni - e le istituzioni finanziarie, dispongano di informazioni chiare ed affidabili sugli aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG). Anche le PMI, su base per ora volontaria, sono chiamate a confrontarsi con la tematica.

Il recepimento della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), previsto entro il 26 luglio 2026, segna il passaggio definitivo dalla sola trasparenza informativa alla responsabilità operativa lungo l’intera catena del valore, secondo i seguenti aggiornamenti normativi e scadenze:

Dalla CSRD alla CSDDD: mentre la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), già recepita in Italia con il D.Lgs. 125/2024, impone obblighi di rendicontazione, la CSDDD introduce il dovere di “dovuta diligenza”. Le imprese dovranno prevenire, mitigare o interrompere gli impatti negativi su diritti umani e ambiente non solo nelle proprie attività, ma anche in quelle dei loro partner commerciali.

Pacchetto Omnibus I (Gennaio 2026): recentemente, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo per armonizzare e semplificare gli obblighi di sostenibilità, riducendo gli oneri amministrativi per evitare sovrapposizioni tra le direttive e allineando le scadenze.

Cronoprogramma dell’applicazione: nonostante il recepimento nazionale debba concludersi nel 2026, l’applicazione pratica sarà scaglionata:

- 2027: Grandi imprese UE con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato netto mondiale superiore a 1.500 milioni di euro.

- 2028: Imprese con oltre 3.000 dipendenti e fatturato superiore a 900 milioni di euro.

- 2029: Società con almeno 1.000 dipendenti e fatturato di 450 milioni di euro.

Obblighi Climatici: le imprese soggette dovranno adottare e attuare un piano di transizione climatica atto a garantire che il loro modello di business sia compatibile con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C.

Sebbene, come sopra evidenziato, le PMI non quotate non siano soggette a questo corpus di norme, esse già si trovano a fronteggiare richieste di informazioni di sostenibilità, provenienti sia dalle grandi imprese committenti, sia dalle banche e intermediari finanziari. Se, da un lato, la raccolta di queste informazioni implica uno sforzo, compreso dall’EFRAG che prevede una introduzione graduale della informativa ESG, dall’altro lato essa può contribuire a migliorare il posizionamento concorrenziale delle PMI, in quanto consente loro di valutare meglio i rischi, pianificare gli investimenti e accedere più agevolmente a finanziamenti del circuito bancario e dei fondi di investimento, oltre a garanzie e fondi pubblici. Inoltre, l’investimento è mirato a ridurre la propria impronta ambientale (ad esempio, mediante l’efficientamento energetico o l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili) e la propria esposizione ai rischi climatici.

L’approccio sistematico alla rendicontazione ESG delle PMI fa necessariamente riferimento al documento “Exposure Draft Voluntary standard for non-listed small- and medium-sized undertakings (VSME ED)” che prevede una informatica su più livelli, che può essere introdotta progressivamente.

  • Modulo Base;
  • Modulo Base e Modulo Narrativo-PAT;
  • Modulo Base e Modulo Partner commerciali;
  • Modulo Base, Modulo Narrativo-PAT e Modulo Partner commerciali.

I vari moduli delineano, quindi, un percorso di successiva implementazione della informativa ESG, nelle realtà aziendali oggi escluse dall’obbligo e spinte invece dalle opportunità di una adozione volontaria, in un contesto di PMI spesso sottocapitalizzate, ove la tematica dell’accesso al capitale di terzi - tipicamente nelle forme del finanziamento bancario - è sempre all’ordine del giorno.

Per il sistema economico, la sfida si giocherà sui dati. Senza informazioni affidabili, tracciabili e comparabili – quindi conformi ai paradigmi EFRAG - sulla sostenibilità, le imprese rischiano di trovarsi di fronte a una nuova barriera all’accesso al credito, peraltro, in un contesto, come quello attuale, dove incertezza e turbolenza spingono gli investitori verso beni rifugio, con ciò drenando liquidità per investimenti in attività produttive.

Le banche, spinte dai regolamenti EBA (European Banking Authority), devono ora integrare i rischi ESG nei processi di fido. Un “buon punteggio” astratto non basta più; servono KPI specifici (es. emissioni Scope 1, 2 e 3) per calcolare il Green Asset Ratio (GAR) degli istituti.

Anche se le PMI sono inizialmente escluse dagli obblighi diretti della Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive), ne subiscono, come prima accennato, l’effetto “a cascata come fornitori di grandi aziende capofila che devono rendicontare l’intera catena del valore.

Da sradicare quindi l’idea, ancora spesso presente nelle PMI, che la sostenibilità attenga alle tematiche del marketing, rappresentando invece una leva strategica, progressivamente imprescindibile, con ricadute gestionali e, come evidenziato sopra, finanziarie.

Evidenziare la correlazione tra una puntuale - e conforme agli standard - rendicontazione ESG e l’accesso al credito diviene essenziale per indurre nella mente degli imprenditori delle PMI un cambiamento culturale che potrà assicurare la consapevolezza della strategicità della materia e quindi la salvaguardia della realtà aziendale.

Come fu per “Basilea 2”, l’imprenditore che si è trovato di fronte a dei cambiamenti di sistema, ha dimostrato, guidato e consigliato dal commercialista, di sapersi adeguare, lo farà ancora. Fermo restando il ruolo propulsivo della consulenza, visti i generalizzati rapporti di fiducia tra professionista ed imprenditore, la sfida oggi è decisamente più ampia e difficile: molte, più complesse e di diversa natura, le informazioni da rendicontare ed un impatto che oltre a coinvolgere l’accesso al credito investe, come evidenziato, altri elementi strategici.

Se l’ineluttabilità della rendicontazione ESG, anche per PMI è scontata tra gli addetti ai lavori, molto deve essere fatto per permeare di questa convinzione il tessuto imprenditoriale nazionale.

Con riferimento alle ricadute finanziarie, in materia, da segnalare il documento “Il Dialogo di Sostenibilità tra PMI e Banche” elaborato da Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Banca d’Italia, CONSOB, IVASS, COVIP finalizzato a:

“agevolare lo scambio di informazioni tra PMI e banche, tenendo conto di criteri di standardizzazione, proporzionalità, efficienza ed economicità valorizzando le specifiche esigenze informative derivanti dalle normative di finanza sostenibile applicabili alle banche;

• aumentare la consapevolezza delle PMI sull’importanza delle informazioni di sostenibilità, anche nell’ottica di un progressivo avvicinamento all’adozione dello standard VSME elaborato dall’EFRAG;

• porre le basi per iniziative di formazione e “progetti pilota” volti a innalzare le competenze delle PMI in materia di sostenibilità.”

E’ quindi il momento, per le PMI che non lo hanno ancora fatto, di approcciare la materia, tenendo peraltro conto che, uno degli aspetti operativi di maggior rilevanza, nella introduzione della rendicontazione ESG, è che la stessa non può prescindere una ulteriore digitalizzazione. Senza l’adozione di software per il monitoraggio energetico o piattaforme di Supply Chain Visibility, la raccolta dati manuale genererebbe un costo elevato e un rischio di errore, o di affidabilità dei dati, che penalizzerebbe il merito creditizio. Ne deriva quindi la necessità di pianificare investimenti in IT idonei allo scopo, modulandoli con l’approccio progressivo di informativa, ampiamente consigliato dalla dottrina.

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*Elisa Cecchetti, Dottore Commercialista - Revisore Legale

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