Il recente incontro di studi organizzato dalla Camera Civile di Padova, sotto l’impulso determinante del suo Segretario, l’Avv. Gemma Di Mauro, e dall’Ordine degli Avvocati di Padova, ha segnato un punto di svolta nel dibattito forense sulla violenza di genere. L’apertura dei lavori ha visto l’intervento del Presidente della Camera Civile, l’Avv. Alberto Busi, il quale ha evidenziato con fermezza la centralità del tema trattato: la lotta contro la violenza di genere non può prescindere da una profonda riflessione sul linguaggio.

Secondo il Presidente Busi, la parola non è un mero involucro, ma il cuore pulsante della strategia di contrasto alla discriminazione, rappresentando il primo baluardo per una difesa effettiva della dignità umana.

Non si è trattato, dunque, di una mera esegesi normativa, ma di un’analisi sistemica che ha messo a nudo la sottile trama che lega il linguaggio alla protezione dei diritti fondamentali, evidenziando come la parola - tanto nel processo quanto nella società - possa essere strumento di tutela o, al contrario, veicolo di discriminazione e vittimizzazione secondaria.

L’incontro della giornata è stato aperto dalla prospettiva sociologica e comunicativa della giornalista de Il Sole 24 ore Raffaella Calandra. La sua analisi ha evidenziato come la rappresentazione dei fatti di violenza nei media non sia mai neutra.

Il linguaggio giornalistico funge spesso da anticamera” del sentire comune che entra nelle aule di giustizia.

Calandra ha denunciato il rischio di una narrazione che, attraverso l’uso di stereotipi o di una terminologia impropria, tende a giustificare l’autore o a colpevolizzare la vittima, alimentando quel pregiudizio culturale che il diritto è chiamato a scardinare. La consapevolezza linguistica del cronista deve dunque procedere di pari passo con quella del giurista per evitare la distorsione della realtà fenomenica.

Spostando il focus all’interno del “perimetro giurisdizionale”, la Dott.ssa Mirella Delia  (Magistrata presso l’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia) ha offerto una trattazione rigorosa del quadro normativo attuale e ha evidenziato come sia fondamentale migliorarne gli aspetti applicativi per accrescere la prevenzione e la tutela reale delle vittime. In questa prospettiva, la Dott.ssa Delia ha ricordato l’attività di studio, di continuo dialogo istituzionale e di ricognizione delle buone prassi svolta dall’Osservatorio Permanente sulla Violenza di Genere presso il Ministero della giustizia, grazie alla Presidente dell’Osservatorio, la Dott.ssa Maria Rosaria Covelli, e all’impegno dei suoi componenti, espressione di qualificate professionalità.

La Dott.ssa Delia ha argomentato come, nonostante la ratifica della Convenzione di Istanbul e della CEDAW, persista una “distanza tra principi sovranazionali e prassi giudiziaria quotidiana”. Il punto nodale del suo intervento ha riguardato il rischio della vittimizzazione secondaria e di quella terziaria: la frustrazione che la vittima subisce quando il sistema giudiziario, attraverso un linguaggio giudicante o un’eccessiva attenzione a dettagli personali non pertinenti, ne mette in discussione la credibilità sulla base di stereotipi di genere e costrutti pregiudiziali. L’invito della Dott.ssa Delia è stato quello di valorizzare un approccio istruttorio ampio e flessibile, specialmente nel “rito violenza”, dove la prova e la testimonianza devono essere filtrate attraverso una sensibilità giuridica che rifiuti automatismi e valorizzi la concretezza della protezione.

L’evoluzione del linguaggio non si ferma alla parola scritta o parlata, ma si estende oggi al codice binario. L’Avv. Rosita Ponticiello (Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità UNCC) ha proiettato l’uditorio verso le sfide dell’Intelligenza Artificiale. Il passaggio dal “pregiudizio analogico” all’“odio automatizzato” rappresenta una sfida cruciale: l’IA non è neutra, ma rischia di agire come un moltiplicatore di stereotipi preesistenti, cristallizzandoli in algoritmi opachi. L’Avv. Ponticiello ha delineato la necessità di una tutela giurisdizionale contro le discriminazioni algoritmiche, soffermandosi sui diritti di informazione e spiegazione (GDPR) e sulla necessaria inversione dell’onere della prova. Il diritto deve evolvere per contrastare forme di discriminazione inedite e pervasive, dove il linguaggio d’odio viene veicolato da meccanismi difficili da intercettare con i soli strumenti tradizionali.

L’incontro ha trovato la sua sintesi ideale nella presentazione dell’iniziativa promossa dall’Ordine degli Avvocati di Padova, sotto l’egida del suo Presidente, l’Avv. Francesco Rossi, in stretta sinergia con il Tribunale di Padova. La pubblicazione delle “Linee guida sull’uso di un linguaggio rispettoso dell’identità di genere” non è stata presentata come un semplice manuale tecnico, ma come un atto di alta politica forense e un impegno deontologico condiviso.

Richiamando la premessa della Dott.ssa Caterina Santinello, Presidente del Tribunale di Padova, emerge con forza l’idea, mutuata da Don Milani, che “è solo la lingua che rende uguali”. A questa visione ha fatto eco l’intervento dell’Avv. Francesco Rossi, il quale ha sottolineato come il COA di Padova sia in prima linea nel promuovere una cultura professionale moderna. Per il Presidente Rossi, l’uso consapevole del genere negli atti giudiziari non rappresenta un mero esercizio di stile o una concessione al politicamente corretto, bensì una precondizione di equità sostanziale.

Adottare un linguaggio che valorizzi il femminile e superi l’arcaico neutro maschile universale significa, nella visione comune dei due Presidenti, riconoscere la piena dignità di tutte le figure che abitano la giurisdizione - avvocate, magistrate, parti e testimoni - garantendo che l’istituzione giudiziaria sia specchio fedele di una società realmente inclusiva e paritaria. 

L’evento, accolto nel Palazzo di Giustizia di Padova, ha dimostrato che la battaglia contro la violenza di genere si combatte su più fronti: normativo, tecnologico e, soprattutto, culturale. Il linguaggio non è solo un accessorio del diritto, ma la sua sostanza stessa. Come emerso dal dibattito, solo attraverso una “formazione costante” e una “consapevolezza linguistica” i professionisti della giustizia potranno garantire che l’aula di tribunale resti un luogo di protezione e non diventi, paradossalmente, un ulteriore spazio di offesa.

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*Avv. Rosita Ponticiello, Coordinatrice Dipartimento Pari Opportunità dell’Unione Nazionale Camere Civili

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