Stessa settimana, due palcoscenici. A Washington, Anthropic e il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti si presentano davanti a un giudice federale: l’azienda di Dario Amodei rifiuta di togliere due lucchetti dal proprio modello - sorveglianza di massa interna e armi completamente autonome - e l’amministrazione Trump risponde minacciando il Defense Production Act. A Roma, quattro giorni dopo, Leone XIV firma l’enciclica Magnifica Humanitas e seduto alla sua sinistra c’è proprio uno dei fondatori di Anthropic, Christopher Olah. Ateo dichiarato. Trentaquattro anni. Borsa di studio Thiel.

Coincidenza? Forse. Sincronicità? Sicuramente. Operazione di posizionamento? Senza dubbio, e di tutte le parti in causa. Ma la cosa davvero scomoda non è la regia dell’evento. È il testo che Leone XIV ha messo sul tavolo. Perché chi si aspettava l’ennesima omelia sull’“intelligenza artificiale etica” ha sbagliato Papa, sbagliato anniversario e sbagliato secolo.

LA TESI

“Magnifica Humanitas” è il documento più laico, materialista e giuridico sull’intelligenza artificiale che sia stato pubblicato nel 2026. Non chiede etica: chiede leggi. Non invoca la coscienza: invoca quadri giuridici, vigilanza indipendente, una politica “che non abdichi al proprio compito”. E lo fa nel momento in cui i governi europei e americani stanno facendo esattamente il contrario.

Quello che il Papa non ha fatto

Non ha demonizzato l’AI. Non ha chiesto una moratoria. Non ha parlato di anima nelle macchine, di coscienza artificiale, di apocalisse digitale. Non ha citato un solo passaggio fantascientifico. Non ha promesso una via spirituale alternativa al codice. Non ha nemmeno fatto la lista del “buono” e del “cattivo” della tecnica. Tutta la fuffa che ci si aspetta da un documento religioso del 2026 sull’intelligenza artificiale, Magnifica Humanitas la salta a piè pari.

Quello che fa, invece, è chirurgico. Leone XIV prende l’AI e la rimette dove era stata tolta da almeno tre anni di marketing della Silicon Valley: dentro la categoria del potere. Lo dice senza giri di parole: “il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione”.

Tradotto: l’AI non è una tecnologia. È un nuovo equilibrio di potere privato che ha già scavalcato gli Stati. E nessuno, fra i governi che dovrebbero regolarla, ha avuto finora il coraggio di scriverlo con la stessa nettezza.

“Più potente non significa necessariamente migliore”

Sotto sembra una frase scontata. Sopra, in un’enciclica firmata nel giorno del 135° anniversario della Rerum Novarum, è una bomba. Perché Leone XIII, nel 1891, scrisse contro l’ovvietà del suo tempo - che la rivoluzione industriale fosse semplicemente progresso, e che il conflitto fra capitale e lavoro fosse un dettaglio. Leone XIV, oggi, scrive contro l’ovvietà del nostro: che la rivoluzione algoritmica sia progresso, e che il conflitto fra concentrazione tecnologica e democrazia sia un dettaglio.

La parola che inchioda tutti: “disarmare”

Il termine compare al paragrafo 110. Ed è la frase che la cronaca ha estratto e rilanciato per ore, riassumendola di solito così: “il Papa vuole disarmare l’AI”. Riduttivo. Quello che Leone XIV scrive è più radicale e molto più preciso.

“Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri”. E ancora: “Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile”.

Notare il gesto retorico: il Papa prende un termine - disarmo - che da decenni la diplomazia internazionale usa solo per nucleare, chimico, biologico. Lo applica all’intelligenza artificiale. E così facendo riconosce, nero su bianco e con l’autorità di un’enciclica, una cosa che a Bruxelles e a Washington si dice solo nei corridoi: che l’AI è già un’arma. Non in senso metaforico. In senso strategico. Militare, economico, cognitivo.

È esattamente la lettura che, due mesi prima, aveva fatto Dario Amodei nella sua dichiarazione pubblica contro il Pentagono: che l’AI sotto certi usi diventa “una minaccia per la democrazia”. La differenza è che Amodei lo ha scritto su un blog aziendale. Leone XIV lo ha messo in un documento del magistero. Stesso contenuto, peso completamente diverso.

L’ateo seduto accanto al Papa (e perché era lì)

La regia dell’evento del 25 maggio in Aula del Sinodo merita un’analisi a parte. Accanto a Leone XIV, oltre ai cardinali Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny, c’erano due teologhe - Anna Rowlands (Durham) e Leocadie Lushombo (Santa Clara) - e Christopher Olah. Un ricercatore canadese, ateo dichiarato dall’età di quindici anni, che aveva abbandonato l’università a diciotto per assistere un amico accusato di terrorismo e che oggi guida il team di interpretabilità dell’intelligenza artificiale ad Anthropic.

Olah non è un dettaglio. È un messaggio. La sua presenza dice tre cose, simultaneamente.

Prima: la Chiesa non vuole parlare dell’AI senza farsi sporcare le mani con chi la costruisce davvero. Olah è uno dei pochi tecnici che lavora pubblicamente sul problema più difficile del settore - capire dentro le reti neurali - e l’enciclica lo dice meglio del migliore degli esperti: “le moderne intelligenze artificiali sono infatti più «coltivate» che «costruite»: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA «cresce»”. È esattamente il problema che Olah cerca di risolvere per mestiere.

Seconda: il Vaticano premia Anthropic come azienda che ha detto “no” a usi specifici - sorveglianza di massa, armi completamente autonome - pagando un prezzo concreto: l’amministrazione Trump ha minacciato di designare Anthropic come “rischio per la catena di approvvigionamento”, etichetta finora riservata agli avversari degli Stati Uniti. Mai applicata, prima, a un’azienda americana. Mettere Olah accanto al Papa nel giorno in cui esce un’enciclica intitolata Magnifica Humanitas è un atto politico, non liturgico.

Terza, e qui sta la furbizia teologica: la Chiesa non sta dicendo che Anthropic ha la verità. Olah, dal palco, ha lanciato un appello esplicito: “Abbiamo bisogno di critici competenti e informati, capaci di richiamare i laboratori e le aziende tecnologiche quando stanno sbagliando direzione. Abbiamo bisogno di voci morali che non possano essere piegate dagli incentivi economici”. È un’azienda che chiede di essere criticata da fuori. Una richiesta di scrutinio, non di assoluzione.

Serve liberare l’AI dalle logiche di dominio, di esclusione e di morte

Quello che il Papa nomina e i governi no

La prosa dell’enciclica è laica in un modo che pochi documenti pubblici osano essere. Leone XIV passa in rassegna i principi della dottrina sociale e li traduce in operazioni concrete sull’economia dell’AI. Vale la pena leggerla lentamente: “Parlare di bene comune significa smascherare questa nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli dell’IA. Parlare di destinazione universale dei beni significa trovare modi per assicurare l’accesso universale alle tecnologie e alla formazione… Parlare di solidarietà obbliga a riconoscere il lavoro invisibile, spesso sfruttato, che alimenta i modelli algoritmici”.

Quattro cose, una sopra l’altra, che nessun documento ufficiale UE ha messo insieme: monopoli, asimmetria epistemica, accesso universale, lavoro invisibile. Sono i quattro buchi più grossi dell’AI Act europeo. E sono esattamente i quattro temi su cui la Commissione, dopo due anni di rinvii, sta cedendo terreno alle pressioni dell’industria.

Al paragrafo 173 - che andrebbe stampato e appeso nelle sale riunioni degli AI provider - l’enciclica scende ancora più nel dettaglio: “Nulla, nel mondo dell’IA, è immateriale o magico. Ogni risposta che appare immediata e perfetta proviene da una lunga catena di mediazioni, da una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti - spesso pessimi -, addestramento dei modelli. In molti casi si tratta di giovani, per lo più donne, che lavorano duramente per compensi minimi”.

È letteralmente il backstage dell’AI industriale, raccontato senza il filtro pubblicitario. La Chiesa, in un colpo solo, riconosce ai data labeler del Kenya, ai moderatori delle Filippine, ai minatori di coltan in Congo lo stesso statuto morale che Leone XIII riconobbe agli operai dell’industria tessile lombarda. Non è una metafora. È un’operazione di dottrina sociale costruita con la stessa logica del 1891.

La parola “abdicare” e perché brucia

La citazione che giornali e siti hanno rilanciato di più è quella del paragrafo 106: “Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito”.

Il verbo, in un’enciclica, non è messo a caso. “Abdicare” significa rinunciare a una funzione che si ha l’obbligo di svolgere. La Chiesa, parlando alla politica nazionale, europea, internazionale e globale, le sta dicendo che sta facendo esattamente questo: rinunciando al proprio mestiere. E lo sta dicendo nel preciso momento storico in cui l’Italia ha approvato la Legge 132 del 2025 - il primo quadro nazionale sull’AI in Europa - e in cui la Commissione europea, sotto la pressione di Donald Trump e dell’AI lobbying, sta valutando di rinviare l’applicazione delle norme sull’IA ad alto rischio dell’AI Act.

Tradotto: il Papa, mentre i ministri europei rinviano e l’amministrazione USA pretende di disattivare le salvaguardie dei modelli, scrive un’enciclica che dice esattamente il contrario. Più norme, più vigilanza indipendente, più rallentamento dove serve. Non è un’apertura di credito alle istituzioni politiche occidentali. È, con la cortesia istituzionale della Santa Sede, una richiesta di rendere conto.

Chi accusa l’enciclica di essere ingenua, o di non capire la tecnologia, dovrebbe rileggerla con attenzione. Leone XIV non confonde la macchina con l’uomo, e al paragrafo 99 chiude la questione una volta per tutte: i sistemi di AI “non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale”. Punto. Niente “anima delle macchine”, niente “Claude figlio di Dio”. La domanda della Chiesa non è se l’AI sia un soggetto morale. La domanda è chi sta usando quel termine per spostare la responsabilità.

La parte che nessuno racconta

Il sottotesto politico di Magnifica Humanitas è una scossa al multilateralismo. Al paragrafo 200, parlando di sistemi d’arma autonomi, Leone XIV chiede che “la scelta di impiegare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati, ma deve restare sotto un controllo umano effettivo, consapevole e responsabile” e invoca “regole condivise, anche a livello internazionale, che frenino la corsa agli armamenti tecnologici”.

È, di fatto, l’appello che da tre anni le ONG provano a portare alle Nazioni Unite senza ottenere voti vincolanti. La differenza è che adesso un’enciclica papale lo ha sdoganato come magistero. I governi che vorranno ignorarla non potranno più nascondersi dietro la formula del “dibattito ancora aperto”.

Il punto da osservare nei prossimi sei mesi - l’ho già scritto su questa testata e lo ripeto - è triplice.

Primo: come si posizionerà l’Italia, sapendo che il governo italiano è quello che più di tutti, in Europa, ha cucito i propri annunci AI alla retorica della “sovranità nazionale” e dello “sviluppo senza freni”. Secondo: come si muoverà la Commissione Von der Leyen, che ha già aperto a un rinvio degli obblighi sull’AI ad alto rischio. Terzo: come reagirà Washington. Il caso Anthropic-Pentagono, in tribunale dal 21 maggio, è già un test.

Entro fine 2026 vedremo se l’enciclica avrà spostato qualcosa di reale o se sarà finita nel cassetto come tante altre prese di posizione morali dei papati precedenti. La mia previsione: avrà spostato qualcosa. Non per la fede dei legislatori. Per la pressione mediatica che un’enciclica di Leone XIV - il primo papa nordamericano della storia, ex agostiniano, formazione matematica - è in grado di esercitare sui governi cattolici dell’America Latina e dell’Africa. È lì, non a Bruxelles, che si gioca la partita del 2027 sull’AI globale.

Una domanda che resta aperta

Resta sul tavolo, alla fine, una sola domanda, ed è la più scomoda.
Se serviva un Papa - non un governo, non un parlamento, non un’autorità indipendente, non un consorzio di aziende, ma un Papa - per dire ad alta voce che l’AI è un nuovo equilibrio di potere e non un giocattolo da bambini, cosa stanno facendo, esattamente, le istituzioni che dovevano dirlo per prime?

Non chiediamoci se Leone XIV abbia ragione. Chiediamoci perché ha dovuto scrivere lui un’enciclica per affermare quello che era ovvio già nel 2024. La risposta a questa domanda è la prima vera analisi politica del nostro tempo. Il resto è marketing.

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*Avv. Alberto Bozzo, DPO e CAIO, Referente Enia per la Regione Veneto

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