Il conto degli arretrati da quasi un miliardo resta sul tavolo, ma nella Manovra di fine anno Palazzo Chigi cerca di porre un argine agli adeguamenti retributivi, almeno per le tornate future. Dopo le pronunce del Tar e del Consiglio di Stato che hanno bocciato i precedenti criteri di calcolo, il governo, dunque, riscrive il meccanismo degli aumenti. Dall’Associazione nazionale magistrati arriva un primo monito: la tutela delle retribuzioni, avverte il presidente Giuseppe Tango, “è condizione per la salvaguardia dell’indipendenza della giurisdizione”.
A rimettere mano agli stipendi delle toghe è l’articolo 67, con due correttivi al meccanismo degli scatti automatici. Dal 2027 l’Istat dovrà rivedere il calcolo degli adeguamenti per magistrati, avvocati e procuratori dello Stato - le cui retribuzioni, fuori dalla normale contrattazione, seguono gli aumenti riconosciuti agli altri dipendenti pubblici -, introducendo una media ponderata che tenga conto del numero dei lavoratori di ciascuna categoria. Sono poi tagliati fuori dal conteggio gli arretrati pagati per i rinnovi tardivi dei contratti.
Interventi necessari – spiega la relazione tecnica - a evitare duplicazioni e contenere la spesa pubblica, senza alcun effetto retroattivo. Sul passato, però, pesa ancora la partita dei 970 milioni di arretrati per i quali Giorgia Meloni, poche settimane fa, aveva annunciato l’intenzione di non firmare un decreto ad hoc, lasciando ai giudici amministrativi l’eventuale nomina di un commissario. E scatenando l’ira dell’Anm.
Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, in un’intervista alla Stampa, spiega: “Grazie a una legge del 1981, poi modificata nel 1998, le retribuzioni dei magistrati non sono il frutto di una contrattazione, come quelle di altre categorie del pubblico impiego, ma sono stabilite per legge in base a meccanismi automatici di adeguamento - spiega - Si è deciso di evitare che i magistrati dovessero contrattare le loro retribuzioni con il governo perché si è ritenuto che una contrattazione di quel tipo potesse incidere sulla capacità di autonomia e indipendenza della magistratura. Tutti ricordiamo il buco nella suola delle scarpe del sostituto procuratore Mario Amato, ucciso nel 1980 mentre si stava recando in procura a Roma per indagare sui Nar. In quegli anni si scoprì che i magistrati non avevano retribuzioni commisurate al grado di responsabilità che le funzioni svolte comportavano. Ecco il percorso che ha portato alla legge del 1981 e all’affermazione di un principio fondamentale: la tutela delle retribuzioni dei magistrati è condizione per la salvaguardia dell'indipendenza delle toghe“.

