Sette (miliardi) di nani che vanno alla miniera

Nella sua breve vita, la blockchain è stata spiegata in molti modi, persino romantici. In realtà, la blockchain è uno strumento, neppure tanto complicato, che ci siamo ritrovati come effetto collaterale della sempre più crescente potenza dei computer.
Abbiamo la blockchain perché abbiamo saputo inventarla, ora ci tocca imparare cosa farne. E visto che c'è, usarla.

I computer, pur non occupando più interi edifici, hanno raggiunto, tramite la connessione alla rete internet, ogni angolo del pianeta, dapprima replicandolo su scala 1:1 sul piano digitale, per poi superarne i limiti e sganciarsi completamente dalla realtà materica. Persino il concetto di avatar è stato superato, un po' come oggi nessuno usa myspace: tutto è diventato enne volte più veloce, mutevole e mutante e presto si risolverà persino la "perdita di tempo" data dalla frazione di secondo occorrente per cliccare su un mouse. In commercio vi sono già i "Monopoly" con i comandi vocali e, su più larga scala, e si stanno costruendo città sperimentali dove ogni cosa sarà centralizzata, eterodiretta. Il gioco prepara alla vita e si imitano a vicenda.

Ma se la blockchain è nell'etere, la sua benzina, le criptovalute, nascono, si generano, nel mondo analogico di chip al silicio chiusi dentro gli chassis di computer con le ventole che girano al massimo quando sono sotto sforzo. Chi ha i migliori computer, oggi, è il nuovo padrone del vapore. E chi lavora per il padrone del vapore? Potenzialmente, sette miliardi di nani minatori.

Chassis, case, cabinet sono gli involucri dei computer. Tanti termini stranieri traducibili in italiano con "telaio" e i telai ricordano appunto i lavoratori a cottimo come sono i creatori orizzontali di criptovaluta. Le criptovalute sono ricavate, "scavate" se vogliamo tradurre il termine in uso: mining, a livello di hardware e non di software. Chiunque può mettere a disposizione il proprio hardware, direttamente o noleggiandolo ad altri, per la creazione di criptovalute e l'abbondanza di minatori ha portato, inevitabilmente, a un progressivo calo della redditività. I computer impiegati per il mining non solo assorbono grandi quantità di energia, ma mentre sono occupati in questa attività restano indisponibili ad altre operazioni di calcolo ed elaborazione, dall'osservazione astronomica alla ricerca farmaceutica, dall'automazione delle fabbriche ai mezzi di trasporto, di fatto sottraendo risorse al progresso in generale a favore di un processo puramente speculativo: battere moneta.

Finanza vs Economia reale, nulla di nuovo sotto il sole

Tecnicamente una criptovaluta è un virtuosismo, un'esibizione di potenza da parte di chi ha "il computer più grosso", un'olimpiade per processori elettronici. Tutto questo lavoro porta a creare un "computerfatto" che non può essere messo in un portafoglio o in una vetrina.

Trovare nuovi modi per spendere criptovaluta


Per comprendere la blockchain è necessario tornare sempre e comunque alla criptovaluta, perché il rapporto si è ribaltato: quello che viene commercializzato sulla blockchain e a cui la blockchain dà valore è funzionale a trovare nuovi modi per usare le criptovalute. Non poteva essere diverso per l'arte digitale, ultima arrivata alla corte di Sua Maestà La Criptovaluta, ma non la meno improbabile tra i suoi corteggiatori. Si acquista un NFT, un non fungible token, di un'opera d'arte digitale o di un qualsiasi gif non per ottenerne l'originale – che fisicamente non c'è – o anche una semplice copia – disponibile gratuitamente worldwide, ma per averne un certificato di proprietà, in esclusiva o in edizione limitata, creando artificialmente una scarsicity, Un bene fungibile come la moneta ha bisogno, asimmetricamente, di un altro bene con diverse caratteristiche.

Licenza o proprietà?

In effetti, l'equivoco di fondo è nell'uso spesso improprio di proprietà. Il più delle volte, quello che si acquista è una licenza d'uso, che è poi lo smart contract per eccellenza nel campo dei software. Sottoscriviamo una licenza, più o meno inconsapevolmente ma con piena efficacia giuridica, ogni volta che scarichiamo una app, gratuita o a pagamento o registriamo on line una nuova stampante.

Nel mondo digitale non trova posto il cd. corpo meccanico, il supporto fisico sul quale l'opera è realizzata, quale una tela per un quadro o la materia da cui si ricava una scultura, il famoso ciocco di legno da cui Geppetto liberò il suo Pinocchio o l'impianto di Johnny Mnemonic corriere di dati. È piuttosto il campo del corpo mistico, l'idea immanente dell'opera che resta unicamente all'artista ed oggetto dei suoi diritti patrimoniali d'autore.

Ecco perché sarebbe forse più corretto parlare di una "catena" di blocchi di licenze. Non rimane granché a livello proprietario. Però, nel 99% dei casi, forse per un'incomprensione linguistica, è proprio la proprietà di un NFT ad essere venduta, con il risultato che il "fortunato" acquirente ci può fare ben poco e si leggono disarmanti dichiarazioni del tipo che con gli NFT si acquistano certificati di proprietà. Se così fosse, il negozio sarebbe a causa illecita o impossibile e di conseguenza nullo; ma nullo non è perché anche dire che si acquista un certificato di proprietà e non la proprietà è frutto di un equivoco. Per il trasferimento di proprietà, infatti, non è necessaria anche la traditio del possesso, che può seguire sorti diverse.

La Blockchain è dunque un gioco a somma zero: c'è chi vince e tutti gli altri perdono.

Come in tutti i giochi con un banchiere, la struttura è verticale, verticistica, con regole date e andrebbe ricordata la vecchia massima che il banco vince sempre.
Monopoly è un nome azzeccato per le piattaforme, che hanno il monopolio della creazione degli NFT.

Si può smettere quando si vuole di giocare, ma i soldi – le criptovalute – restano nella scatola e servono essenzialmente per un nuovo gioco, non per fare altro. I giochi sono una cosa seria, come ci ricorda Jumanji. Il problema è che le criptovalute sono forse nate troppo presto. Un po' come con la scoperta dell'America da parte dei Vichinghi; i rudimentali Drakkar potevano arrivarci, superando l'Oceano ignoto e terrificanti mostri marini, ma non sapevano bene ancora cosa farci.

Troppo presto perché del cd. web 3.0 si comincia solo ora a parlare e tutti i servizi che potrebbe offrire sono fermi o, peggio, sono disponibili nel mondo analogico, sia pure in modo meno efficiente ed equo e la strada vecchia si cambia solo se non porta più da nessuna parte. Un web slegato da un motore di ricerca e pagine come un gigantesco libro e fatto piuttosto di interazioni simili a quelle umane, immediate, dirette, dove l'intelligenza artificiale faccia da ideale esoscheletro ai nostri tre cervelli.

A dirlo ad alta voce fa persino paura. Con le criptovalute per il momento ci limitiamo a studiarle, girarle e rigirarle e in fondo giocarci, non avendone ancora una vera necessità, come i bambini con la loro paghetta. È il caso degli NFT, che le piattaforme ci consentono di creare gratis, nella speranza che almeno un po' di criptovaluta, la stessa currency emessa dalla piattaforma in questione e soltanto quella, cominci a girare.

Si sa, in ogni Stato vige il principio che solo la sua valuta ha corso legale e altre monete non sono accettate in pagamento.

Forse il valore maggiore sarà alla fine l'averci fatto prendere la mano con le criptovalute, rendercele un oggetto di uso quotidiano, al pari degli smartphone.

In quest'ottica promozionale vanno letti i prezzi d'asta battuti di recente per degli NFT e non occorre che la vendita si faccia, come nel caso dell'NFT su un disegno di Basquiat , di cui si offriva la distruzione al miglior offerente.
Fattibile batte fatto.

Mettere il piede sulla coda della tigre

Nell'attuale società della performance i consumatori, nuovi fuochisti, sono continuamente chiamati, sollecitati a produrre contenuti per nutrire la macchina social. Appare simile la chiamata alle armi "digitali" da parte degli artisti a creare NFT, con il ricatto implicito che chi non c'è, rischia di rimanere fuori dai giochi.

Artisti come utili idioti, allora?

Essere indispensabili dà un grande potere contrattuale, un potere che finora solo pochissimi artisti si sono ritrovati ad avere. Starà a loro non farsi strumentalizzare o almeno non troppo. In passato molti grandi talenti non trovano nulla di male a lavorare per un Principe e anche chi sedeva alla tavola bassa godeva di provvigioni non disprezzabili.

I marketplace sono e continueranno ad essere generosi quanto alle commissioni da corrispondere agli artisti, generosità dovuta in parte all'aver tolto di mezzo molti degli intermediari tra cui galleristi e curatori, anche perché il loro obiettivo, far utilizzare le criptovalute, anzi la loro critpovaluta, l'avranno ottenuto.

Risultato di non poco conto, se si tiene presente della sostanziale illiquidità delle opere d'arte come asset, cosa che ha fatto disperare più di un gestore di patrimoni nell'equilibrare il portfolio dei suoi clienti. Le possibilità che gli NFT offrono agli artisti sono tante e, va ribadito, gratuite, mentre dall'altro lato il sistema mercato tradizionale dell'arte contemporanea continua a mostrarsi "matrigna" e la scia degli abbandoni e delle diserzioni di aspiranti artisti è lunga quanto quella che si lasciava dietro il Titanic.

Le piattaforme hanno bisogno di Artisti, la società meno. In un'epoca di tecnica c'è poco spazio per l'arte e quando sarà di scena il web 3 non tutti troveranno posto nella nuova arca di Noè, con il rischio fare la fine dei poveri liocorni. Molti mestieri e professioni attuali spariranno o si trasformeranno al punto tale che il risultato sarà uguale. Però a quel punto gli artisti potranno reclamare la loro lunga consuetudine con criptovalute ed NFT e magari ritrovarsi persino a viaggiare in prima classe. La situazione, secondo l'abusato aforisma flaianeo, è come sempre grave ma non seria.

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*A cura dell'Avv. Roberto Colantonio, si occupa di diritto del lavoro, proprietà intellettuale ed Art law, abilitato al patrocinio in Corte di Cassazione

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