È trascorso poco più di un mese dal debutto, il 16 marzo scorso, della nuova disciplina del Rating di legalità, contenuta nel regolamento adottato con la delibera 31812/2026 dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm). Gli studi legali si tengono pronti a intervenire per sostenere le imprese nel mantenere questo “bollino”: non solo risolvendo le eventuali contestazioni che ne possono provocare la decadenza, ma anche costruendo un sistema di compliance a tutto tondo, che sia in grado di prevenire le criticità.
Istituito con il decreto legge 1/2012 per promuovere l’introduzione di principi etici nei comportamenti aziendali, il Rating di legalità è stato ora rafforzato.
«Sono stati introdotti una durata triennale, anziché biennale – spiega Domenico Gullo, partner di Hogan Lovells –, nuovi requisiti e verifiche. Inoltre, il Rating è stato reso più spendibile all’estero grazie all’attestazione tradotta in lingua inglese. Si tratta di iniziative che puntano a dare al Rating di legalità un ruolo crescente, facendo presupporre un notevole sviluppo futuro di tale istituto».
Finora, per la verità, il Rating di legalità ha avuto un successo limitato: stando all’elenco pubblicato sul sito dell’Agcm, le imprese che lo hanno ottenuto sono meno di 17mila. Se si guarda poi nel dettaglio si vede che sono soprattutto aziende medio-piccole attratte, con ogni probabilità, dai vantaggi che accompagnano il Rating, come condizioni agevolate per l’accesso al credito e premialità nelle gare pubbliche.
Tuttavia, «stiamo assistendo a una crescita nella partecipazione – commenta Alessandro Boso Caretta, partner di Dla Piper –. Il nuovo Rating si muove in linea con le norme precedenti, ma offre ulteriori vantaggi alle imprese, come l’estensione della durata, il riflesso internazionale e premialità per chi rinnova. I criteri per ottenerlo sono diventati inoltre più severi, con la revisione dei casi ostativi. Quello che emerge è il chiaro indirizzo di farne un indicatore affidabile». Per questo il suo possesso è considerato un fattore importante per molte imprese.
Anche perché si inserisce in un sistema più ampio e in prospettiva le aziende avranno sempre più necessità di strutturarsi con programmi integrati di compliance per garantirsi di essere in regola in tutti i settori. «Come studio – prosegue Boso – abbiamo illustrato ai nostri clienti lo strumento e le novità per spiegare i vantaggi potenziali e poi abbiamo integrato l’elemento del Rating di legalità nei processi relativi ai programmi di compliance che vanno dall’antitrust, alla 231, alla parte fiscale. Quello che stiamo proponendo è un programma di compliance integrato nelle diverse aree».
La sensazione diffusa tra gli operatori è che la maggiore severità del nuovo Rating spingerà le imprese a ricorrere sempre più frequentemente agli studi legali per evitare il mancato rinnovo o la revoca.
«Per i professionisti, legali, commercialisti e ingegneri, si apre un mercato vasto, ma complesso – sottolinea l’avvocato Michele Bonsegna, membro del consiglio direttivo di AODV231, l’Associazione dei Componenti degli Organi di vigilanza –: non basta più la compliance formale, serve una attentissima gestione del rischio per evitare di incorrere in fatali contestazioni».
Finora, il percorso che porta a ottenere il Rating è stato spesso gestito internamente. Le aziende si rivolgono a uno studio legale di norma se rischiano la revoca del Rating.
«In questi casi – commenta Gullo – valutiamo la fattibilità di un dialogo con l’autorità garante e, se opportuno, promuoviamo azioni legali, inclusa l’impugnativa. È fondamentale sottolineare, però, che l’intervento arriva quasi sempre troppo tardi: la compliance dovrebbe essere curata prima delle situazioni di crisi».
Al di là delle contestazioni relative al Rating di legalità, ci sono altri eventi che possono essere dirompenti per un’impresa e che se gestiti solo quando il danno si è verificato possono essere devastanti sul fronte sia legale, sia reputazionale.
L’impressione diffusa è che la nuova disciplina abbia ampliato i rischi per le imprese di vedersi revocare il Rating; per questo la compliance preventiva può diventare una chiave.
«Il nuovo Rating vira verso un rigore inibitorio senza precedenti – conclude Bonsegna – l’estensione del perimetro soggettivo dei controlli e l’automatismo legato all’esercizio dell’azione penale creano un limbo che rischia di soffocare la continuità d’impresa. Un cambio di paradigma che premia l’organizzazione delle imprese mai incorse nelle ipotesi tipizzate di reato e nega efficacia alle azioni di self-cleaning post factum».

