I professionisti chiamati a certificare il Tax control framework (Tcf), prima della sua entrata in funzione, e poi, una volta implementato, ad attestarne periodicamente il funzionamento devono valutare il sistema applicando criteri verificabili e ripercorribili, calibrati sulla realtà aziendale.
A chiarire le modalità e la metodologia di valutazione del Tcf è stata la circolare 6/E del 6 agosto scorso, con cui l’agenzia delle Entrate ha precisato che non esiste uno standard valutativo predefinito, ma spetta al professionista sviluppare una propria metodologia, tenendo conto delle Linee guida dell’Agenzia e degli standard di settore.
Ciò non autorizza l’utilizzo di criteri occasionali, ma impone di trovare un equilibrio tra l’adattamento alle peculiarità dell’impresa e l’uniformità e il rigore delle valutazioni, attraverso cui il metodo diventa uno strumento per rendere il giudizio trasparente, ripercorribile e difendibile, così che un terzo possa comprendere perimetro, fonti, procedure ed evidenze.
Occorre tenere a mente che, da un lato, criteri non condivisi genererebbero approcci disomogenei e incoerenti e, dall’altro, una standardizzazione rigida rischierebbe di non cogliere le differenze e le peculiarità del modello adottato dalla singola impresa.
I riferimenti da considerare poggiano su una gerarchia delle fonti precisa: la disciplina nazionale (decreto legislativo 128/2015 e decreti attuativi), le Linee guida, la prassi (tra cui la circolare 6/E) e i principi Isae 3000 (Revised) e Isae 3402. Il richiamo a questi ultimi ha però valore metodologico, non qualificatorio: certificazione e attestazione non sono relazioni di assurance e non ne mutuano automaticamente l’apparato applicativo.
Poiché certificazione e attestazione rappresentano due punti di osservazione del medesimo strumento, in momenti temporalmente distinti, richiedono due metodologie coerenti, ma differenziate. La certificazione, infatti, valuta l’idoneità progettuale del Tcf prima della sua entrata in funzione, mentre l’attestazione ne osserva il funzionamento in un determinato arco temporale. Pertanto, si fondano sugli stessi principi, ma le modalità applicative devono essere diverse, a garanzia di proporzionalità e adeguatezza dell’analisi.
In entrambi i casi, l’esame della matrice dei rischi e dei controlli è centrale: occorre valutarne completezza, coerenza, aderenza ai rischi effettivi e adeguatezza dei presidi. Ma nell’attestazione si aggiungono modalità di esecuzione, evidenze, tempestività e gestione degli scostamenti.
Il professionista è tenuto a verificare che quanto previsto nel disegno del Tcf trovi effettivo riscontro nell’organizzazione, nei flussi decisionali e nelle responsabilità. Nella certificazione ciò avviene esaminando il disegno dei controlli, ove opportuno anche attraverso verifiche guidate o procedure dettagliate (walkthrough). Nell’attestazione, occorre ricostruire dalle evidenze l’effettivo funzionamento dei controlli e la gestione delle anomalie.
Ne consegue che la selezione dei controlli da testare non può essere solo quantitativa, né discrezionale, perché la significatività dipende dal rischio presidiato, dalla posizione nel sistema e dalle conseguenze di un mancato funzionamento.
In pratica, nella certificazione il professionista deve valutare la rappresentatività del disegno, per confermare l’esistenza e l’adeguatezza degli elementi essenziali del Tcf; nell’attestazione, invece, la valutazione deve riguardare l’operatività del modello, alla luce del rischio, della frequenza e delle evidenze disponibili, osservando la tempestività, la continuità e l’adeguatezza dei controlli eseguiti e la gestione degli esiti. In entrambi i casi, le carenze vanno classificate secondo criteri omogenei, distinguendo quelle di disegno da quelle di funzionamento e valutandone gravità, diffusione, ricorrenza e impatto: questo perché non ogni incompletezza o deviazione compromette il giudizio sull’intero sistema.
Nell’analisi, il professionista potrà valorizzare le verifiche già svolte dalle funzioni aziendali di secondo e terzo livello, valutandone in modo obiettivo l’affidabilità, così che il lavoro risulti più efficiente e meno invasivo, evitando inutili sovrapposizioni e duplicazioni.
La conclusione nasce da una lettura integrata degli elementi acquisiti: un giudizio complessivo sull’idoneità progettuale del sistema nella certificazione e sulla sua effettiva operatività nell’attestazione.
In definitiva, la qualità della valutazione dipende da un percorso metodologico proporzionato, coerente e documentato, in cui le regole sono il punto di partenza, mentre principi, struttura e giudizio professionale rappresentano lo strumento per adattare il giudizio all’impresa oggetto di analisi.

