Per anni Google ha scritto in grigio chiaro, sotto ogni risposta automatica, che l’IA «può sbagliare». Un tribunale tedesco ha riletto quella riga e l’ha trasformata in una condanna. La domanda che nessuno voleva fare:
quando l’algoritmo mente, chi paga davvero?

Le risposte automatiche di Google sono accurate nove volte su dieci. Sembra una buona pagella. Tradotta sulla scala reale, è un’altra cosa: con oltre cinque trilioni di ricerche all’anno, quel 91% significa decine di milioni di risposte sbagliate ogni ora. Centinaia di migliaia di errori al minuto. Lo dice un’analisi commissionata dal New York Times. Su quella scala, «91% di precisione» è solo un modo elegante di dire «catastrofe statistica».

Per anni la difesa dell’industria è stata sempre la stessa, stampata in caratteri piccoli sotto ogni risposta: «L’IA può sbagliare, verifica tu». Cinque parole con cui l’azienda più ricca del pianeta ha spostato su di te il costo dei propri errori.

Tra qualche anno, quando questo modello sarà crollato, diremo tutti che era ovvio. Il primo a dirlo, però, non è stato un editorialista. È stato un tribunale di Monaco di Baviera. E lo ha messo a verbale il 28 maggio 2026.

«Verifica tu» non è un avvertimento. È un trasferimento di responsabilità dal venditore al cliente. E un giudice lo ha appena rispedito al mittente.

Quando l’algoritmo ti dà del truffatore

Due editori di Monaco hanno scoperto che le «Panoramiche sull’IA» di Google li descrivevano come autori di truffe: clienti intrappolati in abbonamenti a pagamento, telefonate mai avvenute usate per emettere fatture, conti chiesti due volte. Affermazioni inventate dall’algoritmo, presentate con il tono sicuro di chi riferisce un fatto. Gli editori hanno inviato una diffida. Google non ha corretto nulla.

Così è arrivata l’ingiunzione del Tribunale di Monaco I (causa 26 O 869/26). Il giudice ha vietato a Google di diffondere quelle affermazioni, fissando una sanzione fino a 250.000 euro per ogni violazione e addossando all’azienda l’80% delle spese legali. La reputazione di un’impresa, cancellata da una frase che nessun essere umano aveva scritto, né riletto.

La differenza che cambia tutto: curatore o editore?

Il cuore della sentenza non è tecnico, è giuridico. Un motore di ricerca tradizionale elenca i link di terzi: mostra cosa dicono gli altri, e degli altri risponde. Ma la risposta generata dall’IA — ha stabilito la corte — produce «dichiarazioni indipendenti, nuove e sostanziali». Non è un elenco: è un contenuto originale. Contenuto di Google.

Risponde chi l’ha prodotta, non chi la legge

Da qui la conseguenza che fa tremare un intero settore. Solo Google può correggere il proprio algoritmo. Se non lo fa, «deve essere ritenuta responsabile». L’argomento difensivo preferito — «tanto le persone possono approfondire e verificare» — è stato giudicato particolarmente debole, perché in quel caso l’IA aveva affermato cose che nei risultati di ricerca non comparivano nemmeno.

La distinzione è giuridica, non tecnica: un motore di ricerca ti mostra cosa dicono gli altri; una risposta generata dall’IA dice qualcosa di nuovo. E di ciò che dice, risponde chi l’ha prodotta — non chi la legge.

Il numero che a Google conviene non spiegarti

L’accuratezza è salita: dall’85% di ottobre (modello Gemini 2) al 91% di febbraio (Gemini 3). Progresso, sulla carta. Ma sotto la superficie c’è il dato scomodo. Le risposte «corrette» ma non sostenute dalle fonti citate — quelle che linkano siti che non confermano ciò che affermano — sono passate dal 37% al 56%. Più precise, meno verificabili. Persino l’analisi interna di Google su Gemini 3 ammette informazioni errate nel 28% dei casi.

Gli esempi raccontano meglio delle percentuali. Alla domanda su quando la casa di Bob Marley diventò un museo, l’IA ha risposto «1987»: era il 1986. A sostegno citava un post Facebook, un blog di viaggi e una pagina Wikipedia che si contraddiceva da sola. E il sistema è manipolabile: un giornalista ha pubblicato un finto articolo che lo incoronava campione di mangiatori di hot dog, e il giorno dopo Google lo presentava come un fatto accertato.

«Anche quando la risposta è vera, come fai a sapere che è vera? Come la verifichi?»

È il paradosso che smonta l’intero alibi. «Verifica tu» funzionerebbe solo se verificare fosse facile. Ma il sistema è costruito esattamente per renderlo difficile: ti serve la risposta in cima alla pagina, con tono autorevole, e seppellisce — o falsa — il percorso per controllarla.

Intanto, hai smesso di cliccare

E qui si chiude il cerchio del potere. Secondo il Pew Research Center, quando compare una risposta generata dall’IA gli utenti cliccano su un risultato tradizionale solo nell’8% dei casi, contro il 15% in assenza del riepilogo: quasi la metà. Sul link dentro il riepilogo cliccano nell’1% delle visite. E nel 26% dei casi chiudono la sessione subito dopo, contro il 16% delle pagine senza IA.

Se la macchina parla per te, a parlare sei tu

Tradotto: la fonte non viene più visitata. L’IA non è più un indice che ti porta altrove, è la destinazione. Google ha smesso di essere un curatore di informazioni ed è diventato un editore. Più potere, meno verifica. E adesso, per la prima volta, anche responsabilità.

La parte che nessuno collega è questa: la sentenza di Monaco non riguarda solo Google. Riguarda ogni azienda che ha incollato un chatbot sul proprio sito sperando che un disclaimer la mettesse al riparo. L’anno scorso un produttore di chatbot è arrivato a sostenere che il linguaggio dell’IA fosse «libertà di espressione» da tutelare. Monaco ha tracciato il confine opposto: se la macchina parla per te, a parlare sei tu.

È un’ingiunzione provvisoria, in un solo Paese, e non è ancora definitiva: Google ha già fatto sapere che la sta «esaminando attentamente». Ma la crepa è aperta. La domanda non è più se l’IA sbaglia — quello lo sappiamo, nove volte su dieci e oltre. La domanda è quanto vale, in euro, ogni sua frase. E chi firma l’assegno.

Per la prima volta, la risposta potresti non essere tu.

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*Avv. Alberto Bozzo, DPO e CAIO, Referente Enia per la Regione Veneto

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