Per l’Aiga, che ne è l’ispiratrice, la proposta di legge Miceli (Pd) è la “migliore soluzione per una riforma dell’esame di abilitazione”. Ma vi sono “spunti interessanti” - come “l’obbligo di motivazione” e il “compenso minimo garantito” per il praticante - anche nella Pdl Di Sarno (M5S). L’auspicio dunque è che “si possa trovare una sintesi tra le due proposte” perché “non possiamo permetterci per i prossimi 10 anni un sistema di accesso come quello attuale”.

Al contrario, per l’Associazione nazionale forense, audita sempre questo pomeriggio in Commissione giustizia della Camera, le proposte sono entrambe da bocciare. L’Anf, pur riconoscendo la necessità di una riforma di sistema, si allinea così a quanto espresso una settimana fa dal Cnf e dall’Ocf.

A questo punto si dovrà guardare anche a quello che succede al “tavolo tecnico” convocato dal Ministero della Giustizia, con il Ministero dell’Università e il Consiglio Nazionale Forense che parallelamente sta lavorando per elaborare una riforma dell’accesso alla professione forense che parta dal percorso universitario.

Anf, esame anacronistico e inefficace
Il Presidente dell’Anf Pansini ha sottolineato il fallimento dell’attuale disciplina a cui attribuisce la “drastica” riduzione del numero dei candidati, passati dai quasi 35mila del 2014 a poco più di 22mila nel 2019; gli idonei sono in media 1/3. L’esame così com’è, ha proseguito, ha due principali criticità: “l’assenza di garanzie che la correzione degli elaborati scritti e lo svolgimento delle prove orali avvengano con criteri omogenei a livello nazionale”; e le modalità di svolgimento ormai “anacronistiche” e “del tutto inefficaci a valutare la preparazione del giovane professionista”.

L’Anf ribadisce però che l’esame “non deve assumere le sembianze di un concorso simile a quello per notai e magistrati”, e che qualsiasi riforma dovrà tener conto del “principio di proporzionalità” imposto dall’Ue, e recepito dall’Italia nell’ottobre scorso (Dlgs 142/2020), nel normare l’accesso alle professioni regolamentate.

Della proposta Di Sarno (AC 2334) non convince il “diritto al compenso” per il praticante. “Appare singolare – afferma Pansini - sostenere un ‘compenso minimo obbligatorio’ per i praticanti, nel momento in cui analogo compenso non esiste per gli avvocati”. “Solo ripristinando il sistema delle tariffe minime obbligatorie, si potrebbe pensare ad un’analoga previsione per i praticanti”. Né piace la semplice riduzione del numero delle prove che “non supera le attuali criticità”. L’obbligo di motivazione poi "potrebbe alimentare il contenzioso davanti al Tar”. Sì invece ai codici annotati con la giurisprudenza (ma non commentati). E sì anche alla facoltatività dei corsi di formazione. Per quanto concerne invece la proposta Miceli (AC 2687), che si concentra sull’esame, per l’Anf “l’eccessiva semplificazione e la previsione di due sessioni all’anno non convincono e, soprattutto, non si discostano dall’attuale svolgimento delle prove, semplicemente riducendole, senza superare le criticità connesse”.

Le proposte dell’Anf: scuole forensi facoltative e test a risposta multipla
L’Associazione ha infine formulato delle proposte “nel solco della legge ordinamentale vigente” che possono essere “un primo passo di una reale riforma del sistema di accesso”. Per quanto concerne il periodo di formazione l’Anf insiste per rendere facoltative le scuole forensi, in modo da non gravare il praticante di costi aggiuntivi né obbligarlo a formarsi esclusivamente in Italia.

Più radicale la proposta relativa all’esame: prima prova con test a risposta multipla e correzione automatica (con un numero minimo di risposte esatte); poi un atto scritto a scelta del candidato tra (per esempio, tre) tracce messe a disposizione dalla Commissione. Quindi discussione orale di un caso pratico: per esempio, nella materia indicata dal candidato all’atto della domanda. Infine, per assicurare omogeneità e gestione di grandi numeri ampio ricorso alla tecnologia. In questo caso il riferimento è all’ultimo concorso “Orlando” per gli operatori di cancelleria.

Aiga: con l’entrata in vigore delle scuole forensi 6 prove scritte
Diverso il ragionamento dell’Aiga che in attesa di una riforma organica punta a superare rapidamente un sistema ormai “anacronistico”. “Una riforma organica dell’accesso alla professione, che parta da una seria riforma del percorso universitario - afferma il Presidente De Angelis - avrebbe i primi effetti a lunghissimo termine: 8/10 anni, il tempo di approvazione di una riforma di questo tipo sommato il tempo di svolgimento del nuovo percorso universitario”. E siccome, è il ragionamento dell’Aiga, non possiamo permetterci tempi così lunghi diventa “quantomai necessaria, anzitutto, una riforma dell’esame di abilitazione”.

“I pareri attualmente previsti come prova d’esame – prosegue De Angelis - non hanno nulla a che fare con i pareri legali che, nella vita professionale, vengono redatti per i proprio clienti”. Così come “chi ha svolto una pratica di civile non deve essere costretto a cimentarsi con prove scritte di diritto penale, e viceversa”. E siccome dal 2022 diventeranno obbligatorie le scuole forensi, che prevedono lo svolgimento di tre prove scritte, due intermedie e una finale, “se l’esame di abilitazione – continua De Angelis - non venisse riformato, il praticante si troverebbe costretto a svolgere ben 6 prove scritte prima di accedere alla prova orale dell’esame di abilitazione. Non esiste nessun esame di abilitazione che abbia un numero così elevato di prove scritte”. Infine, l’Aiga guarda “con grande favore” anche alla doppia sessione annuale e alla possibilità di svolgere le prove con strumenti informatici.

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