La Cassazione (ordinanza n. 23851/26) ha confermato la paternità biologica di un soggetto nei confronti del presunto padre, rigettando il ricorso presentato dall’uomo contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva già riconosciuto il rapporto di filiazione. La decisione sancisce un principio estremamente importante: il diritto del figlio all’accertamento della propria origine biologica non è soggetto a prescrizione.

La vicenda

La vicenda nasce quando un soggetto, ormai cinquantenne, scopre di non essere figlio biologico del padre indicato nei documenti anagrafici, cioè il marito della madre. Dopo aver ottenuto una sentenza che aveva escluso quella paternità, il soggetto ha avviato il procedimento per ottenere l’accertamento giudiziale della vera origine paterna nei confronti del presunto padre biologico.

La consulenza tecnica

Nel corso del giudizio era stata disposta una consulenza genetica per verificare il rapporto biologico tra i due, ma l’esame non era stato effettuato perché l’uomo aveva rifiutato di sottoporsi agli accertamenti. I giudici di merito avevano valutato tale comportamento secondo l’articolo 116 del codice di procedura civile, ritenendolo un elemento idoneo a rafforzare la fondatezza della domanda del figlio.

La tesi del presunto padre

L’uomo, arrivato in Cassazione, aveva sostenuto che l’azione fosse stata esercitata troppo tardi e che il lungo tempo trascorso avrebbe dovuto impedire la richiesta di riconoscimento della paternità. A sostegno della propria tesi aveva richiamato la cosiddetta “Verwirkung”, cioè il principio secondo cui un diritto esercitato tardivamente, dopo aver creato un affidamento nella controparte, potrebbe risultare contrario alla buona fede.

Il verdetto della Cassazione

La Suprema Corte ha però respinto questa argomentazione. Secondo i giudici, l’azione per ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità è stata resa dal legislatore imprescrittibile proprio perché riguarda un diritto della personalità: conoscere la propria identità biologica e familiare.

Niente abuso di diritto

La Cassazione ha inoltre escluso che possa configurarsi un abuso del diritto nel caso in cui il figlio chieda il riconoscimento della propria origine anche dopo molti anni. Eventuali conseguenze economiche o successorie collegate allo status di figlio, ha precisato la Corte, sono un effetto ulteriore rispetto alla finalità principale dell’azione, che resta quella di accertare la verità del rapporto di filiazione.

Conclusioni

“Il trascorrere del tempo – affermano i giudici – non cancella la responsabilità nella procreazione”. La tutela dell’identità personale e biologica del figlio prevale dunque sulle obiezioni fondate sul ritardo nella richiesta di accertamento.

Riproduzione riservata Ⓒ