Nonostante il clamore mediatico, e la presa di posizione della Presidente Meloni: “Non firmo un decreto per dare ora un miliardo di euro ai magistrati, la mia priorità sono le fasce deboli”, le toghe non arretrano di un centimetro nella richiesta di importi che ritengono dovuti.
“Non si tratta di concedere nuovi aumenti, né di attribuire 100.000 euro a ciascun magistrato, cifra assolutamente esorbitante ed palesemente errata. Si tratta di somme dovute per legge”. Così in una nota Magistratura indipendente che poi ricorda le sentenze del Consiglio di Stato che hanno accertato “l’illegittimità dei criteri di calcolo applicati dall’Amministrazione e dall’Istat”. “Il decreto, pertanto – proseguono -, non concede un privilegio: dà esecuzione alla legge e alle decisioni della giustizia amministrativa. Gli importi effettivamente spettanti ai singoli magistrati sono molto inferiori alle cifre diffuse e variano secondo l’anzianità e la posizione stipendiale”.
Ma cose è successo esattamente? Gli stipendi dei magistrati sono adeguati per legge ogni tre anni sulla base degli aumenti degli altri dipendenti pubblici. I ricorsi dell’Anm e di altre associazioni, accolti da Tar e Consiglio di Stato, hanno portato ad un nuovo calcolo chiarendo che nella nozione di trattamento economico devono rientrare tutte le somme corrisposte al dipendente; e che deve adottarsi la media semplice degli aumenti nei diversi comparti pubblici, anziché quella ponderata per il numero dei dipendenti (usata dall’Istat), che attribuisce maggior peso ai comparti più numerosi (come la scuola). Risultato: gli incrementi sono passati dal 4,85% al 6,22% per il 2018-2020 e dal 6,69% al 12,32% per il 2021-2023, con un costo stimato per lo Stato di 979 milioni di euro.
Alla richiesta, che secondo alcuni “rischia di far saltare i conti”, si aggiungono le rivendicazioni dei magistrati onorari del ruolo a esaurimento che con una lettera al Governo, firmata dalle principali associazioni di categoria, aprono formalmente la procedura di raffreddamento e chiedono una convocazione urgente, entro 15 giorni. Al centro, il riconoscimento dei diritti economici pregressi e la copertura previdenziale, con un intervento nella prossima legge di bilancio.
I non togati richiamano esplicitamente lo stanziamento in bilancio per i “colleghi” togati: risorse per circa 970 milioni di euro. “La notizia – scrivono - impone una riflessione non più eludibile e richiede una presa di posizione formale del Governo. Se, a seguito di pronunce giurisdizionali, il Governo si appresta a reperire risorse di tale entità, è necessario che la stessa attenzione sia riservata alla magistratura onoraria, la cui posizione è stata oggetto di una procedura d’infrazione europea e di plurime pronunce giurisdizionali favorevoli”.
Le rivendicazioni riguardano: arretrati e contributi per il servizio pregresso, con ricostruzione previdenziale interamente a carico dello Stato e ricongiunzioni gratuite; maggiori tutele su ferie, Tfr, malattia, maternità, permessi, buoni pasto e assicurazione; indennità giudiziaria o equivalente e aggiornamento automatico dei compensi legato all’inflazione, comunque non inferiore al 4%. E ancora: valutazioni professionali premiali, rivedendo la dispensa dal servizio per reiterata non idoneità; permanenza volontaria almeno fino a 72 anni per chi rischia di lasciare senza adeguata copertura pensionistica, ma anche un Fondo speciale nella prossima manovra.
L’eventuale convocazione, precisano, dovrà contenere “proposte normative, indicazioni finanziarie e scadenze verificabili, non essendo più sufficiente un generico rinvio a future valutazioni o interlocuzioni”.
“In mancanza di un tempestivo riscontro - concludono gli onorari - considereremo esaurita ogni ulteriore fase interlocutoria, riservandoci di assumere ogni iniziativa consentita dall’ordinamento a tutela dei diritti della categoria e della funzionalità degli Uffici, comprese le iniziative giudiziarie, amministrative e istituzionali ritenute necessarie”.

