Anche l’Organismo Congressuale Forense interviene sul caso riguardante la scarcerazione del dipendente del supermarket di Torino accusato di atti sessuali ai danni di una minorenne. “L’autonomia e l’indipendenza del giudice vanno riaffermati – afferma l’Ocf - proprio nei casi nei quali la competenza del giurista e la complessità della materia penale portano a decisioni che non sono in linea con le semplificazioni del ragionamento comune, che si muove su base emotigena e meramente intuitiva. Dispiace constatare che l’approccio politico-mediatico rispetto alla vicenda ha denotato ancora una volta una evidente deriva populista”.
Nella giornata di ieri anche l’Associazione nazionale magistrati ha fatto sentire la sua voce. L’Anm punta il dito direttamente contro il ministro Carlo Nordio, che ha annunciato (con l’avallo della premier Giorgia Meloni) l’invio della task force da via Arenula per “acquisire ogni valutazione utile“. Per il presidente dell’associazione, Giuseppe Tango, l’iniziativa “non è ortodossa“ perché ”valutare il merito dei singoli procedimenti” non è compito “degli ispettori del Ministero”, e sulla stessa linea si muove l’Anm piemontese.
Intanto la Procura ha deciso di impugnare il provvedimento, ritenendo non congrua rispetto alla gravità del fatto la misura cautelare adottata. Sarà, dunque, il Tribunale del Riesame a valutare la decisione del gip di Torino che ha escluso la convalida del fermo del 42enne accusato di aver molestato una tredicenne all’interno del proprio negozio, applicandogli soltanto l’obbligo di firma. Il giudice, pur riconoscendo la presenza di gravi indizi di colpevolezza, ha escluso il pericolo di fuga e ritenuto sufficiente la presentazione periodica alla polizia giudiziaria.
Per l’Organismo forense nonostante il “legittimo diritto di critica delle decisioni giudiziarie”, “in casi del genere, sarebbe stato corretto fare presente che la legge demanda al giudice la scelta della misura da adottare in ragione di un giudizio di proporzionalità rispetto alla gravità del caso”. In questo senso, “è proprio la legge che impone di adottare la custodia in carcere come ultima ratio, quindi solo se misure più blande non sono adeguate”.
“In più – aggiunge l’Ocf -, il cittadino ha diritto di sapere che le ragioni esposte dal giudice nel provvedimento per motivare la scelta, dal comportamento collaborativo mantenuto alla entità del fatto, dalla resipiscenza alla sufficienza del contatto giornaliero con la polizia per scongiurare il ripetersi di analoghi episodi, possono sempre essere oggetto di ricorso da parte della difesa e dell’accusa e sottoposte quindi a una valutazione di correttezza ad opera del Tribunale della libertà e, poi, eventualmente del giudice di legittimità”.
“Ciò che non è previsto dal nostro codice è il controllo sulla correttezza delle decisioni tramite ispezioni ministeriali, né le stesse possono trovare legittimazione nell’allarme nella popolazione o in valutazioni di eccezionalità”. “Per l’ennesima volta - conclude la nota Ocf - va ribadito che la libertà dell’avvocato e del magistrato sono presidi a garanzia della libertà del cittadino e che, inevitabilmente, la strumentalizzazione politica di vicende giudiziarie alimenta sfiducia nel sistema e cortocircuiti tra le aspettative del cittadino e l’applicazione concreta della giustizia penale”.

