Nesta (Coa Roma), centomila avvocati sotto i duemila euro - Demma (Mf), Italia a due velocità
Per il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma quello tratteggiato dal Rapporto Censis sull’Avvocatura commissionato da Cassa Forense e “un quadro a tinte fosche” . Per Elisa Demma, presidente di Movimento Forense vanno superati “gender gap” e “gap territoriale”
Continuano le reazioni di ordini e associazioni sui dati del Rapporto Censis sull’Avvocatura italiana commissionato da Cassa Forense e presentato ieri dal Presidente Valter Militi alla presenza del vice ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, del Presidente del Cnf, Francesco Greco e del coordinatore dell’Ocf Mario Scialla.
Per il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Paolo Nesta il Rapporto traccia “un quadro a tinte fosche che vede moltissimi colleghi in forti difficoltà economiche. Per questo credo - aferma - che sia il momento di sollecitare l’intervento delle istituzioni”.
Quasi 13 mila avvocati, riassume Nesta mettendo insieme la messe di dati raccolti in 140 pagine frutto di 27mila interviste ai legali - dichiarano reddito zero, oltre 44 mila hanno un reddito di 10 mila euro l’anno, meno di mille al mese. Hanno un reddito compreso fra i 10 mila e i 21 mila euro ben 45 mila avvocati, il che vuol dire per oltre centomila avvocati, la metà del totale, redditi inferiori ai 2 mila euro al mese.
I dati testimoniano di una professione diventata via via meno appetibile, considerato che per il quarto anno consecutivo si registra una flessione del numero degli iscritti. Ma cosa si può e si deve fare? “In primo luogo, analizzare quali sono i fattori che hanno reso meno attraente la professione - afferma Nesta - Ci sono molti fattori di rischio che incidono sui redditi, penso ai tanti, troppi adempimenti amministrativi e fiscali, a un’eccessiva burocratizzazione, ai ritardi nei pagamenti da parte dei clienti, all’offerta sovrabbondante di servizi legali poco regolamentati... aggiungiamo poi l’instabilità normativa, l’aumento dei costi per l’accesso alla giustizia che scoraggia i cittadini. Ecco, su questi fattori si può e si deve intervenire”.
C’è poi il delicato aspetto della disparità di genere che penalizza le colleghe, che hanno un reddito pari al 50% di quello percepito dagli uomini. “Un fenomeno meno radicato rispetto al passato - conclude Nesta - per fortuna certi pregiudizi del passato sono stati superati nel pubblico, ma è paradossale notare che quei pregiudizi rimangono spesso nelle assegnazioni degli incarichi da parte della stessa Autorità Giudiziaria. Ecco, se in merito i capi degli uffici imponessero un maggior rispetto della parità di genere non sarebbe male”.
Valutazione in chiaroscuro anche per Elisa Demma, presidente di Movimento Forense. “Come per tutte le cose – scrive in una nota - ci sono aspetti positivi e negativi. Ne emerge una Italia a due velocità non solo geograficamente. Un gender gap ed un gap territoriale. Bene i redditi che salgono nella media, ma bisogna prestare attenzione alle situazioni di maggiore difficoltà: gender gap, gap territoriale e monocommittenza (che sembra sottostimata dal rapporto)”.
“Attenzione – prosegue Demma - va data sicuramente a nuovi spazi per la professione: tra i giovani il 50% del fatturato deriva dallo stragiudiziale e ciò significa aprire a settori diversi da quello dell’avvocatura classica”.
“Analogamente – osserva - il fatto che la maggior parte dei colleghi vedano la IA come un vantaggio e non come un rischio è sintomo di prontezza della categoria rispetto alle sfide del domani”.
“Un aiuto sicuramente (deve venire dalla politica) va dato ai giovani che cercano di aggregarsi in strutture organizzate – incalza Demma -, ma per ragioni soprattutto fiscali non possono procedere: inutile spingere per nuovi modelli se quelli precedenti sono più favorevoli dal lato economico”.
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